
Ormai mille anni fa, quando ero un ragazzino, per un breve periodo di tempo ha impazzato il Diablo. Non che fosse una gran novità – se la memoria non mi inganna (frase in codice per “ho cercato su Wikipedia ma voglio darmi un tono”) è un gioco nato nel ‘700 e derivato da un altro più vecchio di altri 500 anni – eppure in quel paio di estati negli anni ’90 pareva dovessero averlo tutti, dai 3 ai 99 anni; non c’era spiaggia, parco cittadino, festa in piscina o grigliata di ferragosto senza qualcuno armato di una corda coi bastoncini e di quella specie di clessidra di plastica color evidenziatore. Comunque non è del Diablo che voglio parlare, ma tenetelo da parte, poi ci torniamo.
Negli scorsi giorni si è consumata una tragicommedia editoriale come non se ne vedevano dai tempi dei viaggi ferroviari di Alain Elkann: Walter Veltroni – sfuggito al controllo della badante venezuelana – ha avuto l’originalissima intuizione di intervistare un’intelligenza artificiale, nonché di farlo sapere a tutti mandando l’intervista alla redazione di Repubblica (la quale non ha fatto un plissé, ma della morte del giornalismo e del concetto di reputazione ne parliamo un’altra volta). Quali ficcanti questioni avrà posto, il Nostro, all’algoritmo generativo? Domande di matematica complessa? Millenari enigmi irrisolti? L’elaborazione dei canti delle balene alla ricerca di schemi ripetuti per decondificarne il linguaggio? Macchè, sentite che idea: facciamo finta che sia una persona vera e chiediamole se ha ricordi di quando era soltanto una scheda perforata.
Non sapendo nulla dell’IA e del suo funzionamento, e coccolato dalla sua impossibilità a darti dell’idiota se le poni domande stupide, il piccolo Walter cerca così con insistenza di occupare il buco triangolare di un paradigma che non comprende con la formina esagonale delle proprie velleità (e lo fa per 48 volte senza che nessuno lo aiuti, poi dice la solitudine degli intellettuali di sinistra). Il risultato è il negativo comico del “Gioco dell’imitazione” di Turing: una sequela di domande umanistiche a una macchina, la quale continua a ripetere al suo stolido intervistatore che no, non pensa, non sente, non prova, non crede, non sa; è un pezzo di silicio programmato per processare informazioni tirando a indovinare su quale sia la cosa più probabile che vuoi sentirti dire.
Ora, io vorrei proseguire col dileggio del pòro Walter, ma più ci penso e più realizzo che quell’intervista non dice nulla dell’IA – figuriamoci – e dice pochissimo di Veltroni in sé; dice invece moltissimo del Veltroni in noi, nelle nostre abitudini e nei nostri riflessi condizionati. Il Veltroni che non riesce a non umanizzare e confonde un’asettica elaborazione di input con un dibattito reale non è diverso da noi che insultiamo Alexa se non azzecca la canzone giusta, o urliamo “ma allora sei stronzo” al modem che salta durante il derby. Il Veltroni che dopo il settimo “non lo so, sono una macchina” va avanti imperterrito e chiede a Claude se crede in Dio, non è diverso da un qualsiasi giornalista/presentatore/podcaster medio di questo tempo, più interessato a “fare la domanda colta” che ad ascoltare le risposte.
Il Veltroni che discute dei massimi sistemi con un algoritmo fatto per non indispettirlo e riempirlo di complimenti siamo noi che parliamo solo con chi ingrassa il nostro ego. Il Veltroni che chiede all’IA “Perché ha parlato di me al femminile?” e prende per buona la risposta “Ho assunto che lei fosse donna per il tono dell’intervista e la sensibilità delle domande” siamo noi che sospendiamo il ragionamento logico per farci le pippe su quanto siamo bravi, guarda, me lo ha detto anche il frullatore. No, Walter, mi spiace deluterti: Claude non ci sta provando con te, e non ha usato un appellativo al femminile perché ti trova sensibile. Ti sei fatto dare del lei per tutto il tempo da una macchina che processa le parole in inglese; dovendo tradurre da una lingua inferiore a una romanza, tutti quei “lei” sparsi nell’intervista hanno viziato il calcolo delle probabilità.
Mentre scrivo queste righe, su un social, un tizio insofferente alla realtà cerca ridicolmente di spiegarmi che le 116 fiducie richieste finora dal Governo Meloni non siano affatto una cosa mai vista. Non avendo l’oggettività dalla sua, fa ciò che la gente fa oggi quando non vuole accettare una realtà fattuale: nega fino alla morte e, a suffragio dei propri sogni bagnati, porta paragoni statistici generati dall’IA. Paragoni che non mettono a confronto un governo in carica da 1.290 giorni con altri di durata simile – coi quali il verdetto sarebbe impietoso – bensì con altri durati un terzo del tempo; il tutto per accontentare le richieste appiccicose del malcapitato, che così può sbraitare “Visto? Draghi chiedeva una fiducia ogni 10 giorni, la Meloni una ogni 11 quindi rosica, comunista”. E pensare che io ho corso una volta nella vita coi kart al mare coi miei cugini, e ho vinto; adesso telefono a Lewis Hamilton e gli urlo “100% di vittorie! Suca, dilettante”.
Stecca a Lewis a parte, il punto è: è l’IA a ignorare ogni concetto base di statistica? No. È colpa dell’IA se il tapino le chiede di produrre grafici a caso e insiste finché non ne ottiene uno che sembri dargli ragione? No. L’IA c’entra qualcosa se chi non distingue una mela da un autocarro ci tiene a farlo sapere a tutti? No. E questo vale per l’ottuso in questione, per le velleità di Veltroni e per tutte le questioni inesistenti che fingiamo di porci per non dire una cosa semplicissima: l’intelligenza artificiale è l’argomento di discussione più vuoto e inconsistente di sempre. Non perché non sia una tecnologia utile con enormi prospettive di utilizzo, ma per il fatto che l’unica cosa da dire a riguardo è: “velocizza gli automatismi”. Stop. Fine del dibattito sull’IA.
Quale sia la natura dell’automatismo velocizzato non è affar dell’IA, e non è in funzione dell’IA che andrebbe analizzato. Che sia la ricerca sul cancro o il bombardamento di un villaggio di pastori in Siria, l’invio di SOS durante un terremoto o la registrazione video in alta definizione di uno stupro, l’IA esegue e velocizza. Né più né meno come una lavatrice, che si limita a lavare e non può distinguere se nel cestello ci siano coperte da portare ai senzatetto o bandiere con la svastica. Chi incolperebbe mai una lavatrice per il ritorno dei nazisti? A parte Puglisi, intendo.
Le questioni tutt’intorno, come quelle nella testa di Veltroni, sono il solito carrozzone umano alla ricerca di assolutismi e assoluzioni: chi vede un florido futuro di coesistenza con le macchine e chi cita Asimov; chi teme l’analfabetismo indotto e chi non ha perso tempo a farsi scrivere tesi di laurea da ChatGPT; chi ora sta dicendo col ditino alzato che le università hanno strumenti per rintracciare l’uso dell’IA nelle tesi e chi sa che quegli strumenti sono essi stessi algoritmi prevedibili; chi urla al complotto, chi vede Satana, chi parla di giusto e di sbagliato, chi si chiede se Dio esiste, chi lo chiede a Claude per darsi un tono da pensatore a suon di sofismi novecenteschi applicati alla fantascienza.
L’IA, in tutto questo, è soltanto il nuovo giochino dell’estate, il nuovo immancabile oggetto dei divertimenti dai 3 ai 99 anni, come il Diablo in quel paio di estati di 30 anni fa: non c’è luogo di aggregazione in cui non compaia, nessuno resiste alla curiosità di giocarci per un po’ e spesso ci si passano momenti divertenti, qualche musone urla di andare a giocarci lontano dagli oggetti fragili, qualcun altro che ne sottovaluta i rimbalzi finisce con memorabili legnate in faccia, e solo un risicatissimo groppuscolo di persone – che ha speso anni a perfezionare i trick mentre gli altri scopavano in spiaggia – ne conosce davvero i segreti ed è capace di prodursi in mirabolanti evoluzioni. Tutti gli altri ci si divertono, finché la moda non passa, senza bisogno di caricare di inutile gravità ogni lancio.
Tutti. Tranne uno. Un uomo solo, inginocchiato a terra nell’angolo di una stanza vuota, che fissa intensamente il suo Diablo e gli chiede: “Tu credi in Dio? E perché parli di me al femminile?”.






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