
No. Non rievocherò Fahrenheit 451. Io a questo gioco al massacro non ci sto. Qui non si tratta di chi brucia i libri perché pericolosi, non si tratta di pseudonazisti del terzo millennio, non si tratta del biblico albero della conoscenza e dei suoi frutti da non cogliere onde non tornare polvere per mano di Thanos, e non si tratta di una tirannia che demonizza il sapere in quanto tale. È molto, molto peggio.
Anthropic sta addestrando la sua intelligenza artificiale – Claude, quella dell’intervista di Veltroni – con un metodo che, se siete anche solo vagamente amanti della lettura, vi farà sobbalzare o bestemmiare, o entrambi. I dettagli di tutta la faccenda li trovate in questo ottimo articolo di Matteo Flora – andatevelo a leggere, non posso fare tutto io, questo dovrebbe essere un blog di satira, cazzo! – ma il riassunto è: siccome la legge vieta di addestrare l’IA usando libri piratati, Anthropic sta acquistando tonnellate di libri usati per poi smontare le rilegature, scansionare le singole pagine a favor di database e mandare tutto al macero.
Non starò qui a fare facilissima ironia sul fatto che il marketing riguardo Claude giri tutto attorno all’idea di “intelligenza artificiale etica” – qualsiasi cosa questo significhi – perché sono sicuro esista già un neologismo anglofono modello qualcosawashing per definire la pratica del rifarsi il trucco su quella specificissima questione e far sembrare cool la circonvenzione di incapaci; neologismo che sarebbe un’ulteriore circonvenzione, stavolta di incapaci con più background culturale a cui mancare di rispetto, ma io non ho tempo per gli inetti. Questo è un corso avanzato, se volete le coccole abbonatevi alla newsletter di Gramellini.
Tornando al punto, non fatevi ingannare dagli archetipi della fantascienza, qui di fantascientifico non c’è nulla. Certo, ho pensato anch’io a Ray Bradbury. Certo, l’egemonia tecnologica, la riduzione del sapere a mere sequenze di bit, l’eredità umana in pasto alle macchine, il nuovo scettro del potere globale, Asimov, Orwell e tutto il resto. Certo, i romanzi distopici scritti in un’epoca in cui la distopia era proiezione della memoria sembrano pura preveggenza, visti da una società così culturalmente impoverita da decidere che erano quelli là ad essere avanti, mica noi ad essere tornati tragicamente indietro. Ma c’è un ma.
Quelli di Anthropic non sono mostri che odiano la letteratura, né tiranni preoccupati che il popolo impari il teorema di Pitagora; sono soltanto il prodotto di una civiltà fondata sul profitto ad ogni costo, e vilipendere libri è uno stratagemma legale, non un sadico intento. Il punto è che se lo stratagemma funzionerà – ed è probabile – sarà un via libera per tutti gli altri produttori di IA, che inizieranno a comprare libri per addestrare i loro cervelloni e, di nuovo, il vero pericolo non è la fine al macero di tutti quei milioni di libri che se fossimo una società civile andrebbero per legge ricomposti e donati a biblioteche pubbliche. Non state pensando quadrimensionalmente.
Chiunque abbia mai frequentato qualche mercatino conosce il dogma fondamentale dell’usato: ciò che poco costa, poco vale; sono finiti i tempi del tizio che svuota la soffitta di nonna e vende a 10 euro un Picasso originale; se il prezzo è misero significa che l’articolo non ha nessuna qualità, nessun interesse, nessuna utilità. Se ne ha, il prezzo si alza e a quell’altezza rimane. Ora immaginate di dover comprare al mercatino delle pulci milioni di mobili usati da dare in pasto a un cippatore per farne legna da ardere o riempitivo per presepi; comprereste comodini dell’Ikea o librerie dell’800? Esatto.
Vi sento rumoreggiare sulla differenza tra mobilia e letteratura, e sul fatto che per addestrare l’algoritmo, figuriamoci, è ovvio si sceglieranno libri effettivamente utili. Però la sola Anthropic ha comprato – e siamo soltanto alla fase uno – una cifra tra i 500.000 e i 2.000.000 di libri. Fate una botta di conti e vedete se riuscite a nominare 500.000 titoli imprescindibili. Facciamo 10.000? Facciamo mille? Diciamo che siete Umberto Eco e riuscite a nominarne mille. Quale credete sarà il livello medio dei restanti? Un futuro di AI educate a libri cippati regala solo due prospettive, e nessuna delle due vi piacerà.
Prima prospettiva: le BigTech puntano al risparmio, la letteratura valida (e perciò più costosa) si salva dalle grinfie dei defustellatori folli. I libri fisici sopravvivono e troneggiano ancora sulle bancarelle di ogni mercatino per la gioia di noi accumulatori di carta, ma tutti i device, gli elettrodomestici, i risultati dei motori di ricerca, le sceneggiature, i nuovi libri, i programmi scolastici, le pubblicazioni accademiche, il futuro comparto della cultura, gli algoritmi, i social, la politica e tutto il quotidiano che l’IA sta sempre più colonizzando, tutto ciò a cui affidiamo la nostra idea di realtà, affonderà le narici in una stragrande maggioranza di cestoni del “Tutto a 1 euro”, lessico da Harmony, fascicoli di riviste di dubbio gusto, flop editoriali, fondi di magazzino e fumetti di quarta fascia. Tra qualche anno potrebbe essere normale chiedere ad Alexa di farvi un frappè e ricevere in risposta una GIF di Malgioglio che mangia una banana.
Seconda prospettiva: le grandi aziende informatiche vi danno retta e puntano sulla qualità; niente cestoni delle offerte, miliardi di dollari investiti per una selezione oggettivamente valida, l’algoritmo dei motori di ricerca e del vostro frullatore viene addestrato solo con letteratura di rilievo, ottenendo quindi un’ottima solidità culturale e la certezza sul concetto di frappé, ma di conseguenza il suo linguaggio è più complesso e meno rassicurante; l’utente medio, già disabituato alla lettura e con la tendenza a diffidare delle parole con più di tre sillabe, rigetta l’uso dell’IA “troppo colta”, mandando in vacca i miliardi di investimenti. In perdita verticale di utenti e utili, le aziende sono costrette ad abbandonare il progetto e ad andare al risparmio. Si torna così alla prima prospettiva: Harmony, riviste becere, fondi di magazzino e cestoni delle offerte a farla da padrone, con l’aggravante che nel frattempo i libri validi sono stati decimati dal processo addestrativo, Proust è sommerso dalla mediocrità nel grande mare del cloud, e il massimo della letteratura sulle bancarelle sono i libri di Bruno Vespa o le biografie dei calciatori.
Epilogo: 2049, l’umanità ha prevedibilmente ceduto ai cestoni delle offerte. Un quarantenne nativo digitale, percependo un dolore improvviso, si rivolge a un servizio di consultazione medica online, il medico in streaming inserisce i sintomi nel cervellone ed emette la diagnosi: “È un classico caso di farfalle nello stomaco, l’unica cosa da fare è correre dal vostro amore del liceo e dichiararvi”. Lui esce di casa, corre, butta giù con una spallata la porta della chiesa nel bel mezzo del di lei matrimonio, al grido di “mi oppongo in nome della scienza”; la sposa, rapita dal gesto impetuoso, interroga Claude sul da farsi; Claude suggerisce che lui è quello giusto, e per il teorema di Nicholas Sparks è pure superdotato; lei abbandona lo sposo sull’altare, i due innamorati fuggono, si buttano in un prato e scopano appassionatamente sotto la pioggia. Ma quelle non erano farfalle, era un principio di infarto; il sesso nella fanghiglia acutizza i sintomi e lui muore un attimo prima dell’amplesso; lei, devastata dal dolore e rassegnata al mancato orgasmo, si impicca a un salice lì vicino. Intanto lo sposo, appassionato di true crime, interpella l’assistente digitale per superare l’umiliazione; l’algoritmo, personalizzato sulla sua cronologia Netflix, gli suggerisce una carneficina catartica, ordina un AK47 su Amazon con consegna entro 10 minuti e mette una playlist dalla colonna sonora di Desperado.
Da una casa apparentemente abbandonata, un vecchio eremita osserva tutto: la sceneggiata da commedia romantica, la fuga, il sesso, l’infarto, il suicidio, il rider che lancia il pacco in corsa e non sa di star scampando a una strage, gli spari, le urla, le note di “Six blade knife” che tagliano l’aria. Un bagliore si fa largo nella sua mente e per un istante l’uomo sorride pensando a quanto tutta la vicenda sia kafkiana. Poi realizza che là fuori nessuno sa nemmeno chi fosse, questo Kafkian; si volta con fare rassegnato, apre la bocca e dice: “Alexa, fammi un frappé mela banana e cannella. Senza Malgioglio”.






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