Ieri, Ozzy e domani

La morte del nonno, un necrologio rimasto in gola e una scintilla antica che sa di eternità

Quando sono nato, mio nonno era già parecchio avanti con gli anni. Già in pensione da un pezzo e, soprattutto, già vecchio nella maniera più stereotipata che si possa immaginare: taciturno, quasi completamente sordo, malato di malanni da vecchi, con conseguenze da vecchi e quei ricoveri in ospedale a botte di 3-4 volte l’anno che per il me bambino erano “la vita del nonno”. Quando morì, per me non fu lo stesso trauma che fu per i miei cugini più grandi, che avevano fatto in tempo a vederlo più attivo e giocoso, mentre per me era una presenza tutt’uno col divano e coi “lascialo dormire” se volevo giocare.

Tranquilli, non sono diventato improvvisamente un monetizzatore digitale di sentimenti a buon mercato, e non vi ammorberò con traumi inventati per mancanza di contatto con figure sovragenitoriali.

Dal giorno della morte di Ozzy Osbourne ho sentito l’obbligo di scrivere qualcosa, di mettere nero su bianco dei pensieri che fossero qualcosa più di un lagnoso necrologio da fan o di un raffazzonato insieme di aneddoti da ricordare, ma ho scritto e riscritto decine di volte senza mai sentirmi a posto con me stesso, finendo per trascinare questo omaggio fino ad oggi, giorno in cui cade il primo anniversario della morte del caro vecchio Ozzy, che per me è stato probabilmente più “il nonno” di quanto lo sia mai stato il padre di mio padre.

Mi bloccava l’idea che ogni analisi – la più obiettiva quanto la più appassionata – sarebbe stata ad appannaggio della solita cerchia di rockettari/metallari/musicomani da discount sempre pronti a far classifiche. Gli stessi che si fanno le seghe pubblicando i meme di confronto tra Fedez e Robert Plant, come se avessero senso. Gli stessi che a sentir nominare Max Pezzali si imbizzarriscono e sentono il bisogno di urlare “Io nel ’79 ero a Dublino a sentire i Virgin Prunes, sfigati”. Gli stessi che ricordano una leggenda della musica con la stessa ridicola enfasi con cui fanno i cori allo stadio o si vantano al bar di reggere l’alcol meglio dei propri nipoti.

Non volevo annoverarmi tra quegli snob nostalgici che cavalcano la nostalgia per scatarrare sui giovani d’oggi che pagano loro la pensione, e a furia di ripensamenti eccomi qui, con un anno di ritardo, a provare a mettere una pezza a questa mia pigra inadempienza che mi pesava sul cuore; a rovistare tra gli appunti accartocciati nel tentativo di trovare una forma, uno spunto, una scintilla che restituisca una piccola parte della gratitudine fraterna che provo per quel benedetto diavolo.

Mi sono chiesto come lo spieghi, Ozzy, a chi è nato quando ormai sul palco il whiskey aveva lasciato spazio alle tazze di té caldo. Ho provato per un attimo a mettermi nei panni di un sedicenne di oggi che vede plotoni di adulti struggersi per la morte di un cantante, e ho scoperto che è come quando morì mio nonno: per un ragazzino del 2026, Ozzy non è nulla più di un’immagine che non gli appartiene; un’entità che altri hanno vissuto più attiva e giocosa, più forte, più presente; un uomo che si percepisce sia stato importante per altri intorno a te, ma fondamentalmente un signor nessuno che da quando sei nato è sempre stato seduto sul divano su un poster in camera di tuo fratello o di qualche zio. Nel migliore dei casi te ne frega pochissimo, e quel poco è comunque di riflesso.

Però i fondamentali ai giovani vanno spiegati, su questo non ci piove, e allora come spiegare una figura come quella di Ozzy? Serve a qualcosa sottolineare che l’intero mondo della musica ne ha trasversalmente decantato l’importanza e le enormi doti artistiche? No, naturalmente. Serve a qualcosa misurarne la grandezza in termini numerici? No, solo a sentirsi rispondere che Taylor Swift e Bad Bunny fanno molti più ascolti su Spotify, e sai che gli frega, a un sedicenne di oggi, della differenza abissale tra vendere i dischi e scalare una classifica di ascolti gratuiti? E non serve nemmeno elencarne gli eccessi come in una fedina artistico-penale, perché per un adolescente di oggi non sono gli stessi eccessi, non hanno la stessa impronta e neppure lo stesso fascino.

E allora mi sono detto che se di storia si tratta, il punto non sono gli aneddoti, i numeri, i dettagli, ma l’immortalità. Se di arte si tratta, non sono lo stile o la moda di appartenenza ciò che va tramandato, ma la viscerale umanità; la stessa con cui sopravvivono il fascino dei miti e gli scritti antichi; la stessa con cui Omero e Shakespeare continuano a parlare di noi, e poco importa se i vostri figli hanno bisogno di vedere Elena di Troia coi lineamenti ghanesi o il profilo di Desdemona su Tinder per proiettarne l’epica nel proprio perimetro di percezione.

L’immortalità di Ozzy Osbourne non sta nelle sue canzoni o nei suoi testi; certo, “War pigs” ascoltata oggi è un lunghissimo e mai sazio ponte di sangue tra il Vietnam e il Medio Oriente, e non è invecchiata di un giorno, ahimè; certo, “Paranoid” è l’urlo di ogni sedicenne che pena per amore e si sente impazzire in quel modo che gli adulti non possono, non potranno mai capire; certo, in “Dreamer” o “Road to nowhere” c’è la stessa speranza dentro la tragedia per cui adolescenti dai 14 ai 75 anni versano lacrime commosse nelle serie TV. Certo, tutto vero, ma non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore.

Musicalmente lui e i Sabbath sono stati seminali per il loro genere e per altri a venire; meno dei Beatles, più dei King Crimson, probabilmente più di Miles Davis, ma questa non è una gara, posate i forconi. Ogni chitarrone oscuro degli ultimi 60 anni deve qualcosa a quei quattro visionari di Birmingham, e i plettri di tutto il mondo lo sanno, ma su e giù dal palco Ozzy è stato protagonista di una storia fatta di riscatto sociale, ribellione sfacciata, vertiginose cadute e gloriose ascese, eccessi e profondità, pregiudizi e risate in faccia ai benpensanti, follia e poesia, musica, arte, spettacolo e coraggio. Una storia che per poterla sceneggiare si dovrebbero fondere Lanthimos e Tornatore, e forse non basterebbe.

In quasi 60 anni di carriera l’hanno accusato di ogni cosa, dal satanismo all’incitamento al suicidio, dal fomentare l’odio al plagiare le giovani menti, dall’essersi venduto al non saper uscire dal proprio personaggio; l’hanno chiamato diavolo, pazzo, tossico, vecchio bollito, e lui ha accettato quel ruolo. Quello del cattivo maestro, del reietto verso il quale si punta il dito sperando non si noti che “Wicked World” parla di oggi ancor più di quanto lo facesse 56 anni fa, e che “Electric funeral” parla di domani come il vostro abuso del termine “distopico” non ha mai saputo fare. Ha preso gli stereotipi che gli idioti gli affibbiavano, li ha digeriti, ne ha fatto un manifesto, e l’ha fatto pisciando in testa (in un paio di casi letteralmente) a chiunque osasse dirgli cosa poteva e non poteva fare con la sua arte.

È questa l’unica cosa che dovreste raccontare ai vostri figli imbottiti di musica che non sapete comprendere. L’unico ponte tra generazioni di cui disponete. Ozzy non è stato Ozzy perché suonava come dite voi; lo è stato perché ha incarnato – incarna, incarnerà – tutto ciò che ogni adolescente di ogni epoca brama e insegue finché è ancora sufficientemente sognatore per farlo, e non importa se un ragazzino di oggi fugge al suono di una chitarra distorta perché non gli appartiene; non importa se le voci senza autotune gli suonano come a noi suonava il Trio Lescano; non importa se il linguaggio è cambiato, se non lo capite, se i figli non mostrano rispetto per i vostri poster in cameretta e alzano gli occhi al cielo ogni volta che dite “ma vuoi mettere i Sabbath con questi sfigati?”. Quella scintilla è viva e lo sarà in eterno. Sa aspettare.

È una scintilla che non ha padroni; non è vostra, non è mia, non è dei vecchi bigotti, non è dei governi, non è dei miliardari, non è di Omero o di Shakespeare, non è di George Harrison e non è di Ozzy. È la scintilla di un’umanità profonda, viscerale, scevra da stigmi e limitazioni da quieto vivere; una scintilla che sopravvive da sempre ad ogni bruttura, alle epoche buie, alle mode e alle maschere che indossiamo, in attesa del prossimo sognatore disposto a pisciarvi in testa per farla divampare.

Ozzy è morto (da un anno). Ozzy è vivo (per sempre).
Grazie di tutto, nonno, e scusa il ritardo. Saluta lo zio Lemmy per me.


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