
Il vero problema dei social non è il clima di costante frustrazione, non è l’abitudine all’insulto, non l’abbondanza di fake news, di fotomontaggi propagandistici, di tranelli per gonzi; non è nemmeno la dipendenza esagerata che creano indistintamente negli adolescenti o nei pensionati; non sono le sindromi da perdita del trend, l’analfabetizzazione a suon di card instagram, e neppure la perdita di contatto con il mondo reale. Il vero problema dei social è che tagliano le gambe agli spunti interessanti.
Scrivo su queste pagine virtuali ormai da 3 anni, presto inizierò pure a parlarci dentro, ed ogni volta è una lotta con me stesso, con l’incubo di ripetermi, di parlarmi addosso, di essere solo la copia di mille riassunti, direbbe quello. Una quotidiana guerra con la razionalità, direbbe quell’altro, che cito solo per dare becchime ai Rob Gordon digitali col ditino alzato. Sarà che non lo faccio di mestiere, sarà che non ho il talento di Bizzarri per buttar giù 5 pezzi buoni alla settimana (sputo sangue già per riuscire a scriverne 2 scarsi); sarà che la satira mica puoi farla su argomenti vecchi, è la comicità che si occupa del bicchiere rotto, la satira vive di contemporaneità, e in questo tempo cretino la contemporaneità dura il battito di un tweet. Sarà.
Sarà che mentre scrivo questo pezzo senza direzione, i plugin di WordPress mi segnalano – con dei pallini colorati rossi e arancioni – che la mia scrittura non va incontro ai requisiti per ottenere visibilità, che (ricopio): “il testo contiene 3 frasi consecutive che iniziano con la stessa parola” e che “il 57.1% delle frasi contengono più di 25 parole, che supera il massimo suggerito del 25%”. Tutto ciò non è buono per il posizionamento su Google, mi suggerisce un algoritmo di analisi della scrittura che usa verbi al plurale su soggetti al singolare.
Sarà che i plugin si perderanno pure nella concordanza ma hanno ragione, fanno il loro mestiere, che è quello di instradarti al meglio nel sistema vigente, e mica è colpa loro se il sistema vigente prevede lettori spaventati dai periodi lunghi e dalle parole con più di 4 sillabe. Sarà che l’unico modo di far leggere a qualcuno queste pagine virtuali – quella di “scrivere per sé stessi” è una balla romantica, ma pur sempre una balla – è comunque sbatterle in vetrina insieme a tutte le altre, sperando che un viandante le noti in mezzo al grande indifferenziato; grande indifferenziato che offre in gran parte contenuti migliori di quelli che potete leggere qui dentro – non è per fare il genio incompreso che sono qui, non oggi – ma che ha un grande, enorme problema: a forza di accentrare, replicare, standardizzare, non sa più riconoscere una buona storia.
Come gran parte della gente, mi informo sulle cose del mondo tramite i social molto più di quanto il mio ego vorrebbe ammettere. È da lì che arriva la quasi totalità degli spunti che utilizzo per scrivere, così come i titoli dei film e delle serie TV che guardo, o i libri che leggo, e sono troppo disilluso per credere che capiti solo a me. Ci convinciamo di poterci ritagliare una bolla affidabile di buoni lettori, validi conversatori, cinefili dai gusti raffinati, e sì, è difficile che la mia bolla social mi suggerisca un cinepanettone o l’ultimo libro di Bocchino, ma è facile che i suggerimenti restino nel recinto di ciò che già mi piace, con buona pace del genuino stupore di una storia diversa, inaspettata come l’inquisizione spagnola.
E così gli spunti per scrivere passano dalla garrota di una bolla selezionata che parla sempre delle stesse cose, dalla stessa prospettiva: oggi è Vannacci, domani è Salvini, dopodomani Ben Gvir e ieri era Pozzolo; sono storie diverse, queste? Argomenti diversi? Spunti diversi? Come diavolo fa Bizzarri? Poi passa un tweet, lo vedi per caso, ignorato da molti, coperto da una notizia simile, forse più comica, forse solo più provinciale, ed eccolo lì, il sacro fuoco della minchiata.
Mentre il Twitter ironizza su un Ciao rubato 45 anni fa e ritrovato a Rovigo, a Chester, cittadina del nord-est dell’Inghilterra, la Royal Mail consegna con 19 anni di ritardo (e con tanto di lettera di scuse) una copia di Mother&Baby, rivista specializzata in gravidanza, genitorialità e prima infanzia. Naturalmente, a questo punto, i pargoli del destinatario tenderanno ad avere problematiche diverse dal distacco da ciuccio e pannolino, ma il punto è che questa piccola storiella praticamente ignorata – se non per un paio di articoletti che la accennano per poi scrivere un filotto di luoghi comuni sui ritardi delle poste – offre tanti di quegli spunti, tante di quelle idee, che se non fossimo tutti rincoglioniti dall’algoritmo ci sarebbero i nuovi Scola e Monicelli a litigarseli.
Sono mille sceneggiature che si scrivono da sole: la rivista relegata in un angolo di un magazzino che per 19 anni si vede passare davanti le nuove generazioni, imbellettate e trendy con le loro nuove teorie sulla genitorialità, è una serie Netflix già fatta e finita. Spin-off per acchiappare il target “bingewatcher 40enni single”: la back story del magazziniere che trova la rivista per caso mentre fuma di nascosto tra gli scatoloni, si accorge che la donna ritratta in copertina è sua madre, e invece di mandarla al macero reinserisce la rivista nel sistema di spedizione rischiando il licenziamento perché il vetusto codice identificativo manda in crash l’intero sistema; alla fine la rivista arriva a destinazione, ma la lettera di scuse allegata è un sanguinoso e intenso flusso di coscienza zeppo di dolorose richieste di perdono dirette a una madre morta prematuramente. Lacrime garantite, vedrei bene Timothée Chalamet nel ruolo di cellophane protettivo della rivista.
E poi pensate allo sliding doors tra la rivista consegnata in tempo e quella smarrita, coi neogenitori freschi di rivista che col metodo editoriale crescono due vincitori del Nobel, e quegli altri – privi degli essenziali trucchi della psicologa per colpa del postino – che sbagliano tutto e crescono due picchiatori neonazisti, ma nel frattempo il digitale stronca le già scarse vendite di Mother&Baby, le famiglie perdono ogni punto di riferimento, il nazismo torna di moda e alla fine i due vincono comunque il Nobel, ma in Scienze del Reich. Poi un giorno, all’improvviso, viene recapitata la famigerata rivista; il postino, conscio della stranezza della situazione, suona e cerca di fare il simpatico: “Sapete cosa dicevano i Monty Python?”; “Qui le domande le facciamo noi!”, e lo menano, perché è nero.
Cosa voglio dire con tutto questo? Non lo so, forse che la sindrome da foglio bianco crea mostri; forse che il pericolo più grosso dei social è quello di farci abituare al lessico del trend, alle logiche di indicizzazione, ai periodi brevi con parole chiave, ai pallini verdi che significano visibilità, al fine che giustifica le noiose ripetizioni, alle polemiche ciclostilate, mentre nel mare dei meme tutti uguali affogano spunti molto più validi di una finanziaria sghemba o dell’ennesima figuraccia di Salvini; forse che non serve sempre parlare di politica, guerre, carestie o massimi sistemi per fare satira, e che a volte si può trovare il guizzo anche in una notizia di fondo, in un trafiletto dimenticato, in un fondo di magazzino vecchio di 19 anni.
Forse che il segreto non è scrivere per sé stessi, ma immaginare per gli altri, e se ti perdi l’ennesima occasione di fare le pernacchie al governo non è poi così importante. Non ho idea del perché mi sia infilato in questo ginepraio di filosofia spicciola e autoanalisi senza costrutto, ma alla fine di questo pezzo che ancora non ho capito, una cosa è certa: “il 69% delle frasi contengono più di 25 parole, che supera il massimo suggerito del 25%”.






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