
Qualche settimana fa, mia madre ha avuto una di quelle idee che hanno le madri ogni tanto, in particolar modo le madri che nonostante la pensione non cedono al magico fascino del divano e del rincoglionimento retequattrista. Sfruttando la presenza contemporanea mia e di mia sorella se n’è uscita con: “Voglio liberarmi di tutte ‘ste vecchie videocassette, così faccio spazio. Guardate voi se c’è qualcosa che volete tenere, altrimenti butto tutto”. Così, mentre in lontananza – o forse solo nella mia testa – risuonava la marcia imperiale di Star Wars, un profluvio di vecchi VHS ha invaso il salotto come i post-it in quel film con Jim Carrey.
Naturalmente – lo dico per chi di cognome fa Elkann – si parla di videocassette rigorosamente non originali e registrate dalla TV, vero totem della lotta di classe degli anni ’90, nonché prova definitiva che l’alta definizione sia il grande inganno, ma del complotto dei pixel ne parliamo un’altra volta. Insomma, le successive 4 ore le ho passate a trafficare con prese SCART e adattatori per poter collegare uno schermo recente a un aggeggio del secolo scorso. Il tutto per controllare cosa ci fosse realmente su ognuno di quei nastri plurisovrascritti, giacché ogni videocassetta non originale che si rispetti riporta un etichetta che – anche si riuscissero a interpretare i geroglifici accumulati in anni di progressive egemonie – sarebbe meno affidabile di una dichiarazione pubblica della Meloni.
Capite bene quanto tutto ciò fosse un’attività completamente senza senso: tutti nella stanza sapevano che il destino di quei VHS fosse un ineluttabile viaggio verso la discarica. Eppure, sarà il fascino del vintage, sarà che l’umanità non si è mai emancipata dagli album di fotografie e dai video dei battesimi, nessuno di noi ha pensato l’unica cosa che andava effettivamente pensata: buttiamo subito tutto, già che ci siamo liberiamoci del videoregistratore che sta lì a prender polvere dal ’97, e invece di sprecare il pomeriggio occupiamolo con attività più produttive, come drogarsi o progettare il rapimento di Angelo Duro e le successive torture da praticare.
E invece no, niente unghie strappate ai comici scarsi; sentite che idea: ci piazziamo in salotto e passiamo tutto il pomeriggio a scandagliare registrazioni rimaste nel cassettone per decenni, alla ricerca di ipotetici reperti televisivi di qualsivoglia interesse, in un’allucinazione collettiva a metà tra i film di Indiana Jones e quelle trasmissioni di Real Time in cui i figli di Yosemite Sam comprano all’asta un container abbandonato, lo aprono sperando di trovare un secchio di bulloni in buono stato, e dietro un poster di Madonna scoprono le tavole della legge originali, un motoscafo ancora funzionante e un bassorilievo del XV secolo raffigurante l’eterosessualità di Malgioglio.
Comunque il pomeriggio passato mi è servito a capire due cose fondamentali. La prima, sicuramente più importante, è che le pubblicità di oggi non hanno nemmeno lontanamente la presa di quelle di trent’anni fa: una delle cassette era ereditata da qualche amico o parente, c’era registrato Shining, e io ricordavo esattamente la sera in cui vedemmo quella cassetta; non per il film, ma perché ricordavo che in una delle pause pubblicitarie c’era lo spot di Windows95 con Pappalardo vestito da generale dell’esercito; spot che ovviamente sono andato a ricercare lungo tutta la registrazione per poi sentenziare: “Visto? Lo sapevo!”. Vi sfido a trovare una sola pubblicità di oggi capace di piantarsi nella testa per 30 anni e oscurare il ricordo di un film di Kubrick.
La seconda l’ho capita alla fine di tutta l’operazione, quando mi sono rialzato da terra col culo quadro (la visione di vecchi nastri impolverati non prevede sedute comode) e ho visto il prevedibilissimo risultato dell’operazione amarcord: due bidoni di plastica dura dai quali si è salvata l’unica cassetta che sapevamo già di dover tenere. Cassetta sulla quale mia madre registrò le immagini in diretta dell’11 settembre, forse convinta da Red Ronnie che sarebbero presto sparite le prove video dell’unico evento degli ultimi otto secoli la cui stucchevole retorica supera – e di gran lunga – quella per la giornata della memoria.
L’etichetta del nastro sopravvissuto – che già non era vergine 24 anni fa – recita impietosamente: “Celentano”. All’inizio del pomeriggio, nel cassettone dell’oblio c’erano un centinaio di videocassette; alla fine dell’operazione ne è rimasta soltanto una, contenente l’unico reale reperto, e voglio fugare subito ogni dubbio: tutti noi sapevamo che la cassetta fosse quella. In mezzo a decine di etichette più scarabocchiate della faccia di un trapper, nessuno ha mai pensato fosse necessario aggiornare la sola destinata all’archiviazione. Ed è qui, il grande bardo direbbe, che c’è l’inghippo.
Vedendo l’etichetta mai aggiornata ho pensato alle tonnellate di foto fatte con lo smartphone per poi non riguardarle mai più; ho pensato alle playlist, agli hashtag, ai cloud e alle strutture estremamente complesse che ci inventiamo per “mettere in ordine” etichettando qualsiasi cosa; ho pensato al mio periodo snobista, al Rob Gordon di “Alta Fedeltà” e ai residui di mania ossessivo-compulsiva che mi porto ancora appresso; ho pensato a quella settimana di infortunio dopo un incidente che feci a 19 anni, e che decisi di passare catalogando il mio intero archivio di mp3, rinominando tutti i file secondo una precisa nomenclatura (a riprova del fatto che occupavamo malissimo il tempo libero anche prima dei social).
Poi ho pensato all’orologio della cucina dei miei, che è avanti di 35 minuti da quarant’anni; ho pensato all’orologio della mia macchina, che è indietro di 6 minuti; ho pensato a quel vecchio sketch dell’ingegner Cane in cui, per verificare dei dati sul ponte, chiama l’assistente e gli dice di controllare sul PC la cartella “Ischia”; ho pensato a quando non trovo il cellulare e ogni volta so per certo che l’ho appoggiato in uno degli stessi 4 punti in cui nessuno sano di mente andrebbe mai a controllare; ho pensato agli oggetti che in ogni casa del mondo stanno nel posto sbagliato e ci ritornano inesorabilmente dopo l’uso, in barba a fascinosi organizer dell’Ikea, svuota-tasche comprati alle bancarelle e guru asiatiche dell’ordine che parlano coi maglioni.
Ho pensato che gli accumulatori seriali non sono un’anomalia, sono il sistema; non da oggi, ma da sempre. Gli accumulatori seriali siamo noi, non soltanto quelli che si vedono in TV e dei quali l’unica patologia davvero evidente è la povertà che non permette loro di vivere in un quadrilocale. Siamo i più grandi accumulatori seriali mai esistiti, e se pensate che non sia così vi suggerirei di dare un occhio alla galleria di immagini sul vostro smartphone, in cui le foto del matrimonio di vostra figlia e quelle del nonno defunto si alternano con quella della targhetta della caldaia che vi serviva per comprare un pezzo di ricambio, i meme di 8 anni fa e il video registrato per sbaglio accendendo la torcia perché era saltata la corrente, e che mai vi siete presi la briga di eliminare.
Certo, due bidoni di videocassette fanno più impressione, e le patologie sono più evidenti con una metratura piccola, ma accumulare spazzatura è diventata la nostra principale occupazione da molto prima che i telefoni avessero la fotocamera. È l’illusione del controllo a mezzo etichettatrice che ci frega: quello è fascista, allora è cattivo; quello è gay, è contro natura; con tutte quelle droghe Keith Richards non arriverà a 60 anni; lo ha detto la TV, quindi è vero; lo ha detto la TV, quindi è falso; le mascherine fanno male, l’ha detto il mio pusher; Vespa ha una dignità; la Meloni ha il sostegno del popolo; mi ha detto mio cuggino che da bambino una volta è morto.
Oggi – come 50, 100, 1000 anni fa – archiviamo, salviamo, rinominiamo, etichettiamo ogni cosa, persona, gusto sessuale, costume sociale o allucinazione soggettiva. Lo facciamo per convincerci di un controllo che sappiamo perfettamente di non avere. Come per quelle diete in cui devi “ingannare” il tuo cervello con i broccoli tagliati a forma di costata di maiale, ci prendiamo in giro ritagliando l’inutilità a forma di cose importanti, quando ciò che conta davvero sarà sempre un orologio sfasato, un cacciavite a croce nello scolapiatti, una cartella “Ischia” coi progetti del ponte, un reperto storico con la scritta “Celentano”.
Ora scusate, ho trovato una Smemo del ’98 e devo decidere quali citazioni di Jim Morrison scritte con l’Uniposca meritano l’eternità.






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