
Lo so, lo so, mi stavate già dando per disperso. E invece rieccomi qui, dopo quasi un mese dall’ultimo pezzo, solo per il gusto di farvi rimettere nel frigo le bottiglie di champagne con la gabbietta mezza aperta e lasciarvi indecisi tra stupore e fastidio, come Hitler che si risveglia nel corpo di Stevie Wonder. Per di più con la più noiosa e inconcludente delle rubriche di questo blog. Sono stronzo, che ci volete fare?
Eccoci quindi all’episodio numero 5 dei Dilemmi Satirici, ovvero ciò che succede a una mente disturbata quando nessuno nella stanza urla “ma ti rendi conto che stai parlando di Petronio da due ore e ti abbiamo solo chiesto che salsa volevi sull’hamburger?”. Oggi, tanto per cambiare, sono qui per esporvi una tesi che dipingerò come pietra angolare di un discorso sui massimi sistemi satirici, ma che in realtà ha il solo scopo di pormi sullo stesso piano di gente che con le battute paga i mutui. Andiamo a cominciare.
Quali sono i rischi che si corrono facendo satira? La censura, certo; l’inimicarsi il potere di turno e le schiere di vassalli striscianti, probabilmente; gli insulti e le minacce indistinte degli ultrà di Salvini e di quelli delle boy band coreane, ça va sans dire; prendersi troppo sul serio e fondare il movimento politico del vaffanculo, può succedere; le querele e le intimidazioni, le petizioni dei bigotti, dei bigotti travestiti da progressisti, degli offesi, dei finti offesi, degli offesi per conto terzi, delle associazioni che “difendono” la propria voce chiedendo di zittire le altre. Ma c’è un altro rischio, forse amplificato dalla sovraesposizione da social, a cui mi è capitato di prestare attenzione ultimamente.
Non ho mai nascosto, in queste pagine, la mia ammirazione per il lavoro di Luca Bizzarri: seguo il suo podcast, gli invidio il mestiere, e soprattutto apprezzo lo sforzo evidente che fa nel restare anarchico e non fare prigionieri. Non starò qui a dilungarmi – non faccio agiografie, almeno finché non vedo arrivare i bonifici – ma con la sua satira colpisce le Meloni e le Schlein, i Vannacci e i Fratoianni, i Calenda e i Calenda, insomma, tutti e il contrario di tutti. Nel mio piccolo cerco di farlo pure io, che come lui e come tutti ho le mie idee, le mie simpatie e le mie antipatie, ma allo stesso tempo odio il plauso di approvazione ideologica ai comici, e tento finché posso di rifuggirlo.
Può sembrare una cosa ovvia, ma non lo è affatto. Ognuno ha le proprie convinzioni, e solo chi non sa nulla della satira o non ha mai provato a farla può pensare che sia semplice mettere da parte la propria visione quando l’ironia chiama. Ho già parlato in uno degli scorsi episodi di quanto impegno serva per mantenere un equilibrio che non sia equidistanza o cerchiobottismo, e del rischio di confondere una buona battuta con una linea di partito, ma c’è un rischio opposto che non va sottovalutato.
Nell’ultimo periodo la satira di Bizzarri sta bastonando particolarmente a destra. Tutto normale, tra le minchiate quotidiane di Vannacci, il duo Borghi-Bagnai che discute di etimologia e alieni, e il terzetto Ceccardi-Sardone-Cisint coi bavaglini da bondage dietetico; non fosse per il fatto che laddove l’arte se ne fotte, l’uomo e i suoi riflessi possono inciampare. Così, tra una puntata del podcast e l’altra, probabilmente subissato di commenti dei soliti analfabeti che gli danno inspiegabilmente del comunista, ha pensato bene di scrivere (e fissare in evidenza sul profilo a monito dei naviganti, chiaro sintomo di insofferenza) un tweet che recita:
“Una volte per tutte: a me Schlein, Vannacci, Salis, Bonelli, Rizzo, Conte, Meloni, Renzi, Calenda e Fratoianni mi fanno ridere in egual modo, li trovo impresentabili in egual modo perchè ne guardo la comunicazione goffa e la perenne campagna elettorale. Non mi interessa la loro politica perchè non la fanno. Fanno casino e basta. Infatti non hanno degli elettori, hanno dei tifosi. Credo che l’unico in Italia che faccia politica sia Marco Cappato, che si occupa di una cosa sola e lo fa fino in fondo. E non sono sempre d’accordo manco con lui”.
Al netto del contenuto del tweet, mi interessa analizzarne la genesi. Perché mai un autore satirico, un comico, uno che per giunta ha sempre fatto dell’indignazione bipartisan alle sue battute un moto d’orgoglio, si sente in dovere di “chiarire” qualcosa che è insito nel suo mestiere? La risposta facile – cioè quella che non ci riguarda – è che, volente o nolente, prima o poi chiunque finisce a dare troppa importanza ai commenti degli sconosciuti e, alla millesima accusa di servire una parte politica, il Bizzarri reagisce come l’ultimo dei passanti social, lanciandosi in annunci qualunquisti per non perdere follower.
La risposta difficile è che quel tweet – e altri simili che non sto qui a citare perché non è lui il fulcro della questione – sia l’effetto contrario della ricerca di equilibrio a cui accennavo prima. Che a lungo andare l’imparzialità passi da spinta anarchica a dipendenza da contraltare; che il desiderio di non farsi incasellare si trasformi in ossessione; che a forza di obbligarsi a oscillare, il cerchiobottismo diventi un’opzione percorribile per giustificarsi con sé stessi, ancor prima che col pubblico.
Non starò qui a farne un discorso alieno, perché in questa cosa ci siamo dentro tutti – o quantomeno tutti quelli che il problema dell’imparzialità se lo pongono – e il confine tra la satira trasversale e l’umorismo democristiano è più labile di quanto il mio poster di Lenny Bruce vorrebbe ammettere. Lo percepisco, quel limite, ogni volta che qualcuno su Twitter mi insulta perché ho perculato uno dei suoi; lo percepisco ancora di più quando i “miei” partono da una mia battuta per farne dei pipponi seriosi; e ogni volta insieme a quel limite sento l’impulso a sbraitare “Ma che cazzo dite? È una battuta, non una dichiarazione di voto! Fatevi una risata e piantatela di sporcare la satira con la politica”.
Lo sento chiaramente, quell’impulso, ogni volta che un tifoso sui social mi viene a notificare una patente da comunista o fascista, da omofobo o da propagandista LGBT, da ancella del femminismo o da strumento del patriarcato, da team Oasis o da team Blur o quel che vi pare; lo sento quando penso che sto facendo la quindicesima battuta consecutiva sulla destra, e lo sento quando mi dico “la sedicesima la faccio su Conte e Schlein”; lo sento ogni volta che ne penso una più raffinata e mi chiedo se ne valga la pena; lo sento fortissimo, e forse a tenermi lontano dal tweet qualunquista è solo un po’ di sana sindrome dell’impostore. O forse è solo una questione di tempo.
Per chi è che ci affanniamo tanto a ribadire che sì, la battuta di oggi era su Tizio, ma domani vedrai che bastonate a Caio? Per i follower che non vogliamo perdere? Per la bolla da non deludere? Per noi stessi e i nostri dogmi? Quando è sano, l’equilibrio che rincorriamo, e quando invece si trasforma in una scusa nobile per il più becero dei trucchetti retorici? Irridere ogni fazione è un requisito fondamentale per la satira, come lo è il tenere sempre presente che il ridicolo non è più o meno ridicolo in base alle simpatie, ma è davvero questo che facciamo? Considerare egualmente patetico il governo e le opposizioni è una posizione sacrosanta, ancor più con una realtà tanto palese, ma dichiararlo (o anche solo spiegarlo agli idioti) non rompe forse il gioco? Non diventa anch’esso un posizionamento non diverso da quelli che si cerca di evitare?
Forse il punto è che l’equilibrio satirico è un’illusione, una buona teoria poco praticabile. Forse quello che va cercato non è un equilibrio lineare, matematico, certo, perché la realtà è che non ci sono – non ci sono mai stati – i due piatti della bilancia. Ogni singola battuta ha vita propria, è un pezzo unico che non deve nulla a tutte quelle dette né alle altre che si diranno; ogni battuta è una storia a sé, autoconclusiva, e l’unica vera bilancia è quella che misura la capacità nostra e delle nostre convinzioni di sopportarne il peso. Il carico da undici ce lo mettiamo noi per darci un tono, per dire (dirci) che a noi la sparata demagogica non capiterà mai, giurare che la nostra è satira mentre quella degli altri è risata fascistoide, quando di fascistoide c’è soltanto l’idea di imbrigliare la satira in regole lapidarie.
Forse – e poi la smetto, giuro – non conta se si fanno 100 battute nella stessa direzione o 50 qui e 50 là; forse l’unica cosa che conta è che quelle battute siano valide, ben costruite, ficcanti, “nostre” in un significato che sia solo paternità e mai manifesto. Forse.
O forse tutto ciò che avete letto è frutto dei miei deliri malati, del caldo asfissiante e della mancanza di spunti reali in una società allegramente diretta all’autodistruzione per manifesta incompetenza. Chi può dirlo? Voi, naturalmente. Il dibattito è aperto, sentitevi liberi di farmi sapere la vostra, segnalarmi per un TSO o chiedere la grazia a un assassino sperando che mi venga a cercare. Al prossimo dilemma!






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