Educazione all’adultità

Consensi informati, tragedie teoriche, farse pratiche e l’elefante nella stanza

Tanto tuonò che fece uno scrollo innocuo. Dopo la batosta referendaria, in piena frenesia da rivendicazione di obiettivi raggiunti purché siano, la destra di governo esulta coi toni da controffensiva sul Piave per l’ennesimo decreto insipiente sulla scuola. Nulla ancora che appiani l’insormontabile problema della mancanza di carta igienica e del vizio delle pareti scolastiche non manutenute di perdere intonaco all’improvviso; in compenso è diventato legge l’obbligo del cosiddetto “consenso informato” per le attività extracurriculari riguardanti l’educazione sessuale ed affettiva, per la gioia di una tavolata di cattolici estremisti ancora terrorizzati dai frutti dell’albero della conoscenza.

Ora, io vorrei prendere sul serio la questione e mettermi in fila con il codazzo delle proteste progressiste che idealmente condivido, ma la realtà è che riesco soltanto a ridere. Più vedo i balletti felici di Pillon e dei suoi compagni di cilicio e più mi vien da ridere. Più vedo la rabbia delle associazioni che si occupano di questi argomenti – che è sacrosanta, smettetela di lanciare uova e seguite il discorso – e più mi vien da ridere. Più vedo le previsioni catastrofiche di generazioni future ignare della sifilide e del concetto di consenso e più mi vien da ridere. Più vedo i ridicoli tentativi di chicchessìa di ostacolare la realtà con la burocrazia, e più mi vien da ridere.

La verità è che quel decreto – sul quale la maggioranza esulta come Tardelli perché, non avendo nient’altro, tenta di spacciare il culo della finocchiona per culatello – ha comunque un impatto minimo sul reale. Lasciate in pace il vangelo secondo Murgia: non sto dicendo che l’educazione sessuale (o come diavolo la stiate chiamando ora) sia ininfluente, e che impedirla non sia terribilmente stupido ancor prima che incivile. Dico semplicemente che si sta costruendo una tragedia teorica su una farsa pratica.

Nella realtà, i bambini che non otterranno il via libera dai genitori saranno pochissimi, per tre ragioni. La prima è che i genitori che, fuor di slogan, sono realmente preoccupati che Priscilla turbi la pubertà del loro puccettone sono meno degli elettori di Calenda; la seconda è che l’elettore di destra festeggia la “sconfitta dei sinistri” su Facebook, ma dopo due secondi ritorna allo spritz e al derby, e il proprio figlio lo coinvolge nelle battaglie ideologiche col coso, come si chiama… Ecco, quello. Ve lo ricordate il liceo del Made in Italy? Grande rivoluzione sovranista, tutti a cazzo duro per l’orgoglio italico, tutti a gridare “rosicate comunisti”, tutti ad applaudire gli investimenti milionari messi in campo; risultato: neanche 700 iscritti in tutto il paese, meno dello 0,1% degli studenti; e probabilmente sono tutti imparentati con Calenda.

La terza ragione per cui questa boiata burocratica non avrà l’effetto reale di cui si va cianciando con toni apocalittici è che i genitori del XXI secolo, anche quelli di destra che giurano di rimpiangere le crociate mentre stanno a braghe calate col telefono in mano, temono gli stigmi sociali più dei quindicenni. Al primo “mamma, tutti i miei amici fanno educazione sessuale, perché io no?”, il terrore di essere esclusa dalle chat WhatsApp sarà troppo forte, e più dell’onor potrà l’ombra del gossip.

Lo so che non uscite mai nel mondo reale a toccare l’erba e pensate che la gente si comporti nella vita vera come fa sui social, ma tolta una manciata di casi patologici, il fascio turgido che su Twitter vuole boicottare le big-tech è lo stesso che compra l’iPhone alla figlia undicenne perché ce l’hanno tutti; lo stesso che tuona su Facebook contro i cantanti che sostengono i movimenti LGBT e poi porta la figlia e le sue amiche al concerto di Harry Styles per non passare da vecchio; lo stesso che pubblica i meme nostalgici su quando giocavamo per strada e non avevamo i telefonini, ma poi geolocalizza i figli pure in gelateria; lo stesso che odia gli insegnanti di sinistra, ma non abbastanza da fare la figura di quello che non mette i 10 euro per il regalo di fine anno alle maestre.

La realtà se ne sbatte della burocrazia, e i cortocircuiti di chi crede di limitare la natura con le carte bollate sono sempre uguali, sempre ugualmente ridicoli, sempre ugualmente ininfluenti. Certo, l’educazione sessuale e affettiva è un tassello importante, è sacrosanto voler arginare le conseguenze dell’ignoranza, ma forse dovremmo smetterla di attribuire i nostri riflessi di (non)adulti ai bambini. Tutti. Quelli di “vogliono infrociarci i figli” e quelli di “col consenso informato aumenteranno i Turetta”. Dobbiamo smetterla e rimettere le cose in prospettiva; non per i bambini, ma per noi, che stiamo fallendo su tutta la linea e non ci salveremo ridendo o disperandoci per tutti gli adoratori di Vannacci convinti che qualcuno voglia insegnare a un ottenne a twerkare senza cadere dagli zatteroni.

La mia generazione ha fatto educazione sessuale alle elementari più di 30 anni fa, e a stracciarsi le vesti erano quattro preti inascoltati e due pedofili in conflitto d’interessi (scusate la ripetizione) eppure eccoci qui, con quegli stessi della mia generazione che ora sono i genitori di pargoletti da proteggere dalla propaganda gender; non perché ci credano realmente, ma perché siamo i peggiori genitori della storia del mondo: egocentrici, vendicativi, col vizio della proiezione di noi stessi sui figli, fissati col controllo, col registro elettronico, con le chat ossessivo-compulsive, col dover dare il consenso informato a tutto senza averci mai capito un cazzo di niente.

Dobbiamo smetterla perché non è quell’ora a settimana fatta in classe a insegnare l’affettività ai vostri pargoli, e non è negargliela che impedirà a tutte le forme di sessualità di esistere e di essere percepite. L’affettività si impara ma non si insegna; si può (se non si è del tutto invasati da una parte o dall’altra) tentare di indurla sperando attecchisca, e non bastano certo libri o lezioni scolastiche, per quanto ben organizzate. Dalla notte dei tempi, i bambini imitano gli adulti e diventano inesorabilmente gli adulti che imitano, e non c’è lezione o programma scolastico che pesi quanto l’esempio.

Se tra gli adolescenti aumentano le malattie sessualmente trasmissibili non è perché nessuno a scuola ha spiegato loro l’uso del preservativo e i rischi dei rapporti non protetti, ma perché l’esempio degli adulti ha insegnato loro a prendere tutto sottogamba, a sottovalutare i rischi, a pensare che non capiterà mai a te. Adulti che mettono la cintura per evitare la multa, mica perché salva la vita; adulti che in pandemia facevano i rivoluzionari con le patologie degli altri; adulti che ricorrono al TAR se il puccettone viene bocciato; adulti che si menano sugli spalti di una partita di calcio dei pulcini; adulti che non danno risposte alle domande dei propri figli perché sono troppo impegnati a scrivere sui social che l’educazione spetta alla famiglia e che alla Boldrini piace il cazzo nero.

Se tra i ragazzi c’è un aumento di comportamenti possessivi e intolleranti non è perché hanno saltato una lezione 10 anni prima, ma perché quei ragazzi sono cresciuti attorniati da adulti beceri, e a quell’imprinting hanno associato una normalità di cui vedono costanti conferme. Una normalità in cui l’unica assenza che urla disperazione e degrado è l’assenza di adulti veri, sostituiti in tutto e per tutto da adolescenti invecchiati, convinti che le cose del mondo debbano passare per i pruriti delle loro mutande.

È questo l’unico corso che manca, il più urgente, il più necessario: un corso di adultità. Il consenso ve lo firmo io, anzi, l’obbligo.


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