
Se hai solo un martello tratterai ogni cosa come fosse un chiodo, recita un vecchio adagio. 60 anni dopo – e con Maslow morto da quasi altrettanti – la legge del martello continua ad imperare, con l’aggravante che non ci interessa nemmeno più battere i chiodi, ma piuttosto far sapere agli altri che li abbiamo battuti.
Una scuola di Grosseto ha avuto il proprio quarto d’ora di celebrità dopo l’ennesima indispensabile iniziativa riguardo il contenuto delle mutande altrui e la direzione dello sguardo mentre si piscia. L’ha fatto con tanto di foto celebrative, sorrisi in posa, roboanti proteste dei generali in gonnella spaventati da Freud, e il megafono mediatico di un giornalismo che, capitelo, nel periodo piatto e noioso che viviamo non ha certo argomenti più importanti di cui occuparsi.
E io lo so; lo so che anni di talent show e pubblicità degli shampoo vi hanno convinti che tutto ciò sia un segnale forte, un gesto importante, una presa di posizione politica, un necessario gesto di inclusività, una nobile goccia di impegno in un mare di indifferenza e altre banalità rubate ai Baci Perugina, ma non è così. Non c’è nulla di politicamente rilevante in un cartello affisso su una porta a favor di pubblico, a meno che la porta non sia quella della chiesa del Castello di Wittenberg e il cartello non riporti 95 tesi alla base di uno scisma. Esattamente come non c’è nulla di politico nelle lagne di un plotone di craniolesi che sbraita di complotti woke e teoria gender tanto per il bagno neutro di Grosseto quanto per le hamburgerie vegane o lo scintillante ritorno del connubio baffi-camicia hawaiana.
Inventarsi sempre nuovi modi per far venire la gastrite a leghisti, fascisti e cretini generici è cosa buona e giusta, ma non è politica. Può essere umorismo, perfino satira, a patto che l’intento sia dichiarato. Se invece una targhetta con sagome fantasiose viene presentata come un atto politico, si tratta di pura e semplice caccia ai click, al polverone, alla visibilità spicciola. Niente di più, niente di meno; è così, interrompete il vostro dibattito interiore. Lo dimostra la forma – che mai come in questo caso esaurisce completamente il contenuto – lo dimostra il carrozzone delle reazioni polarizzate e, soprattutto, lo dimostra un dettaglio che nessuno pare aver considerato.
La targhetta l’avete vista, come avete visto le facce sorridenti nei selfie di chi l’ha promossa; d’altra parte, quale modo migliore per sollevare questioni di principio, se non entrando nell’inquadratura? L’avete vista, la lunghezza di quella targhetta, con tutte quelle sagome bizzarre e divertenti che urlano “guardate quanto siamo ironici e autoironici; no, non guardate la carta igienica portata da casa dagli studenti, guardate la sagoma di Batman”. Le avete viste, le porte che continuano ad essere due, giacché il bagno neutro non è in aggiunta, ma in sostituzione di quelli separati, ché la biologia è opinabile, mentre la non-binarietà si può imporre; e poi perché spendere in lavori in muratura per un terzo bagno, quando con una latta di vernice e qualche stencil puoi sentirti Emmeline Pankhurst? L’avete letta, la scritta “Gender Neutral Toilet”; d’altra parte, cosa fare dell’efficacia comunicativa di disegni pensati per essere esplicativi e superare barriere linguistiche, se non integrarla con una bella didascalia, rigorosamente in inglese? E poi.
Poi c’è il dettaglo sul quale l’abitudine alle prese della bastiglia dal divano vi ha fatto soprassedere facendo spallucce, e che è invece l’unico dirimente: nel filotto di sagome, insieme a Batman e alla sirena c’è anche il simbolo dei disabili. E certo che c’è, direte voi; anche i disabili cagano. Già.
Peccato che assimilare il simbolo dei disabili alla natura “Gender Neutral” dell’iniziativa dia il messaggio che la disabilità non sia una condizione sanitaria patologica, bensì un’identità di genere, una questione di sessualità percepita, un fatto soggettivo, e a questo punto dovete decidervi. O non lo è, e quindi quell’insegna tanto progressista banalizza istanze che non la toccano, appropriandosi culturalmente di simboli rappresentativi altrui per i propri comodi; oppure lo è, e ciò significherebbe che cadere da un ponteggio, farmi esplodere una gamba coi petardi o un amichetto che alle elementari mi toglie la sedia da sotto il culo può incidere sulla mia identità di genere; significherebbe che l’identità di genere può essere modificata da agenti esterni, in qualunque momento, anche con interventi volontari; che poi è quel che sostiene Vannacci quando dice che guardare Peppa Pig può farci diventare tutti ricchioni.
Peccato (parte 2) che nessuno abbia realizzato che il bagno neutro, in quanto tale, non ha bisogno di essere sdoppiato, che è sufficiente averne uno, e che perciò l’altro potesse essere facilmente riservato a chi ha necessità pratiche più prioritarie di “non mi identifico in quel disegnino”. E non è una distrazione, badate bene; è voluto. C’è una semplice ragione per la quale hanno preferito 2 bagni neutri piuttosto che uno neutro e uno per disabili: le due porte sono adiacenti.
Sembra un dettaglio ininfluente, e lo sarebbe se la questione riguardasse davvero inclusività e accessibilità. Ma come ho già detto l’intento è soltanto prendere i like sui social, dare dei boomer a quelli che urlano all’egemonia frocia, e magari strappare un paio di interviste a quotidiani alla frutta; perciò cosa te ne fai di inclusività e accessibilità, se poi nella foto si vedono due porte con cartelli diversi che rovinano il sentiment sui social? Che te ne fai dei diritti dei disabili, se garantirli rischia di indispettire gente così poco attrezzata alla realtà da pensare che 10 sagome divertenti siano più inclusive di una che è “gender neutral” da sempre senza bisogno di hashtag o didascalie? Che te ne fai di ciò che è giusto, pragmatico, civile, se non puoi farci una card Instagram? Che te ne fai, di un non-chiodo, quando hai solo un martello variopinto?
Lo so che adesso state pensando che esagero, e che se siete bimbe della Murgia starete obiettando che i bagni erano 2 anche prima, divisi tra maschi e femmine, e quindi quello dei disabili già non c’era (motivo in più per cogliere l’occasione e istituirlo) oppure c’è ma è in un altro posto e che ne so io (ma allora a che scopo aggiungere la sagoma del disabile a quelle 2?) oppure ancora che entrambi i bagni saranno di certo attrezzati per disabili e quindi che problema vuoi che ci sia. È presto detto: immaginate per un secondo che al posto della divisione tra parcheggi normali e parcheggi per disabili venissero installati parcheggi “neutri”, e che quegli obsoleti posti con spazio aggiuntivo e vicinanza all’ingresso diventassero improvvisamente ad appannaggio di tutti ma proprio tutti tutti.
Prendetevi il tempo che serve per assimilare la cosa, non abbiate fretta. Fate conto di essere un liceale tetraplegico che aspetta si liberi uno dei 20 water neutri occupati da ragazzini che fumano canne di nascosto.
Al solito, il pezzo breve e ironico che avevo in testa è rapidamente precipitato nell’ennesimo sfogo à la Walter Sobchak, ma tanto ormai ci siete abituati. Prima di cominciare a mettere i sacchi di sabbia alle finestre per ricevere le pacate repliche del circolo dei giusti, permettetemi di lasciarvi con una domanda retorica: quanto sarebbe stato più civile ed efficace, il messaggio, se di fianco alla porta con le sagome bizzarre ce ne fosse stata un’altra con le stesse sagome, ma tutte in sedia a rotelle?
Quella di Superman, poi, sarebbe stata perfetta.






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