
DISCLAIMER: la redazione del seguente pezzo è iniziata con le migliori intenzioni umoristiche, ma è degenerata in fretta nell'ennesimo sfogo tra nichilismo e fastidio che ribadisce (male) ciò che Nietzsche ha cercato inutilmente di spiegarci. Proseguite a vostro rischio e pericolo.
23 aprile 1616. A Stratford-upon-Avon, nel Warwickshire, muore a 52 anni il figlio di un guantaio, divenuto più famoso di Gesù Cristo – ma meno dei Beatles – in un brevissimo lasso di tempo dopo essere sbucato dal nulla, e ritiratosi altrettanto velocemente a commerciar granaglie alla fine della sua folgorante carriera da drammaturgo. Si chiamava William Shakespeare, e molti indizi sulla sua vita suggeriscono che non possa essere lui l’autore delle opere del Bardo, e che fosse invece un semplice prestanome per qualcuno il cui rango sociale mal si conciliava con l’arte plebea.
VIII secolo a.C.. Da qualche parte della Grecia antica nasce, muore e scrive Omero; padre nobile del poema epico, mostro sacro della narrazione dell’eroe e – con la Batracomiomachia – della parodia della sua stessa epica; poeta leggendario, talmente leggendario che non c’è traccia di una sua biografia, i racconti si confondono e si mescolano ad altri, forse era cieco, e con tutta probabilità non è nemmeno mai esistito; eppure, quasi 3000 anni dopo, si pretende a gran voce che un film di Nolan sia fedele al racconto omerico.
1355, Lirey, Francia. Per la prima volta nella storia, la Sindone viene ostesa (verbo meraviglioso e magnificente, che ancora oggi viene usato soltanto per questa reliquia; un’ingiustizia lessicale assurda). Per 700 anni i fedeli si sono prostrati al cospetto del sacro lenzuolo, che non è materialmente “quel” sacro lenzuolo; non lo è mai stato, lo si sa da quel giorno a Lirey, lo hanno dimostrato il Carbonio 14 e tutti gli altri esami, lo sa chiunque abbia un rapporto sano con la fede; non è l’età di uno scampolo di lino sdrucito, ciò che conta.
1983, Sanremo. Al Festival vince Tiziana Rivale con “Sarà quel che sarà”, unico successo della sua carriera. Fuori dal podio – dietro a due pezzi che nessuno ricorda – arrivano “Vacanze romane” dei Matia Bazar e “L’italiano” di Toto Cutugno. Ma l’83 fu l’anno di Vasco; Vasco che presenta “Vita spericolata” e arriva ultimo; Vasco che diventa “arrivare ultimi porta bene”; Vasco che da quel giorno di 43 anni fa è sulla bocca degli amici di tutti gli ultimi classificati: “dai, anche Vasco è arrivato ultimo, ma poi…”; Vasco che però non è mai arrivato ultimo. Nel 1983, Vasco è arrivato penultimo; ultimo è arrivato Pupo.
Questa è la parte in cui non vi è ancora chiaro dove voglia arrivare, ma dopo aver letto il nome di Vasco vicino a quegli altri tre sentite l’impulso di notificarmi che voi nell’83 ascoltavate Violent Femmes e Hüsker Dü, e che quello di “è andata a casa con il negro, la troia” non può essere accostato all’autore di Otello.
Fatto? Ok, proseguiamo. Poi questa la assimilate con calma a casa.
Perché faccio questo elenco? E perché adesso? Cominciamo dalla seconda: lo faccio adesso perché sono pigro e ho tenuto questo pezzo in bozza per settimane mentre perdevo tempo a guardare vecchi filmati di repertorio, lasciando la notizia a sfiorire come tutto sfiorisce in questo tempo di precarietà orizzontale. Per spiegare il perché, di conseguenza, vi devo chiedere il più grande sforzo che si possa chiedere nel 2026: ricordare una notizia di un mese fa.
Lo scorso marzo, una delle più importanti agenzie di stampa del mondo ha pubblicato una lunga “inchiesta” in cui mette insieme pezzi, indizi e teorie più o meno solide che per anni hanno riempito le pagine dei tabloid e le sale d’attesa dei parrucchieri; alla fine di tale sedicente inchiesta viene fatto un nome che sarebbe, con una probabilità che non indagheremo, la vera identità di Banksy. Ora, io non mi soffermerò sull’affidabilità della teoria, né sulla disperazione di un giornalismo ridotto al clickbaiting mentre infuriano crisi internazionali a grappolo, né tantomeno sull’ennesima palese questione di lessico in un mondo che chiama “giornalismo d’inchiesta” una roba che è letteralmente gossip.
Ciò che mi preme è: quanto derelitta dev’essere una civiltà per sentire il bisogno di svelare l’identità di un artista che ha scelto di rimanere anonimo (e per il quale, oltretutto, l’anonimato è parte integrante della propria arte)? Quale livello di devastazione culturale abbiamo raggiunto, se non sappiamo gestire il minimo accenno di indefinito?
Lo so, è una notizia di cui avevate già rimosso ogni ricordo, buona per il solito quarto d’ora di click furiosi e dibattiti in ascensore, nulla più; perfino il millantato pericolo di essere arrestato in virtù dell’inchiesta di Reuters è finito giustamente nel dimenticatoio, lasciando soltanto il vago sentore di intimidazione. Però il punto rimane, e non riguarda Banksy né la sua identità vera o supposta.
Il punto è che la redazione di Reuters – non Eva3000 o L’Eco di Castelminchia di Sotto – ha pensato che un’inchiesta per svelare chi sia in gran segreto uno che fa di tutto perché sia la potenza dell’arte a parlare e non l’appeal dell’artista, non solo valesse la pena di essere pubblicata, ma pure di essere lanciata col clamore del Watergate: prime pagine, titoli tonanti, enfasi da scoperchiamento del Vaso di Pandora. Sta nella sezione “investigations”, tra i leak sui piani segreti del Cremlino e i reportage dei bombardamenti in Iran, capite anche voi che non c’è nulla di normale in tutto ciò.
Sarebbe facilissimo dare la colpa ai giornalisti e concludere che l’informazione sia ridotta a un minestrone in cui non si distingue più una notizia da un riflesso condizionato, ma la realtà è che i giornali – come tutti i media – danno al pubblico ciò che vuole, e il pubblico di oggi vuole più di ogni altra cosa risposte nette a domande inutili: vuole episodi conclusivi che svelano tutto tutto tuttissimo, vuole gli articoli con la spiegazione dei finali dei film, vuole gli spin-off per sapere tutto della vita di un personaggio immaginario, vuole le teorie da fanfiction, vuole il true crime scabroso, vuole i podcast “5 cose che non sapevi del cugino illegittimo di Sossio Aruta”, vuole le curiosità per far bella figura durante i quiz di Gerry Scotti.
Vuole che i comodi riassunti premasticati dall’IA siano la risposta più attendibile ad ogni domanda, ed è disposto a fingere con tutte le forze che sia già così adesso, a costo di procurarsi roboanti figure di merda nelle discussioni – su internet come nella vita vera – con chiunque abbia un minimo di competenza. Vuole aneddotica spicciola, nozioni da aperitivo, pillole di sapere a portata di mano, e le vuole allo stesso modo su qualunque argomento: dalla storia antica alla mappatura dei tatuaggi di Belen, dagli orrori della guerra alle perversioni sessuali di Hitler. Il pubblico non vuole capire, vuole solo conoscere i dettagli per rivenderseli al bar.
Ma malgrado la devastazione culturale che ci trascina inesorabilmente nel pantano, Banksy è e continuerà ad essere la forza delle sue opere, non un nome su una carta d’identità; Shakespeare è quella drammaturgia mai più eguagliata che 4 secoli fa parlava di domani, non la certezza assoluta che a scriverla sia stato un figlio di guantaio o il Conte di Oxford; la Sindone è il mistero divino che il lembo di lino simboleggia, Omero è l’epica con cui Nolan deve fare i conti millenni dopo, e Vasco è talmente più grande di sé che a Sanremo è arrivato ultimo anche da penultimo (sì, lo so, i Violent Femmes e gli Hüsker Dü, il negro, la troia e tutte cose, siete i miei animaletti preferiti).
Di chi sia Banksy quando non veste i panni di Banksy non dovrebbe importare a nessuno, per il semplice fatto che la cosa è ininfluente; potrebbe essere un uomo o una donna, un individuo o un collettivo, un robot umanoide, io, voi, un macaco ammaestrato o Sergio Mattarella, e non cambierebbe assolutamente nulla. La sua vera identità è una punta al cazzo che in una società sana nessuno dovrebbe fare, tantomeno le redazioni di organi di informazione internazionali; tantomeno con quell’enfasi. Scandagliare le foto, mettere in fila gli indizi e verificare le teorie per dare un volto e un nome a un artista è un surrogato di narrazione investigativa buona per le casalinghe annoiate dell’internet; non è informazione né giornalismo d’inchiesta.
Giornalismo d’inchiesta sarebbe, piuttosto, chiedersi chi ha interesse a che Banksy abbia un volto e un nome. E perché.





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