Una questione di lessico

Famiglie nel bosco, sentinellesi ipotetici, ribaltamento del soggetto e altri egoismi

Natalino Balasso – uno dei pochi rimasti per il quale le parole “genio” e “artista” non siano abusate – anni fa spiegava in un suo spettacolo che non è vero che la realtà esiste e noi successivamente le diamo un nome, ma è vero il contrario: noi diamo un nome alle cose, e in un secondo tempo le cose si adeguano al nome che noi abbiamo scelto. Il pezzo faceva più o meno così:

Quando io arrivo alla stazione con un treno per prendere un altro treno, quest’altro treno lo chiamiamo “coincidenza”. Questo stesso concetto, in Svizzera, si chiama “corrispondenza”. Se noi diciamo “devo prendere la coincidenza” gli svizzeri dicono “devo prendere la corrispondenza”. Effettivamente in Svizzera la realtà si è adeguata a questo nome: al fatto che io arrivo in stazione col mio treno corrisponde il fatto che c’è un altro treno, che mi attende per un’altra destinazione. In Italia, quando io arrivo alla stazione con il mio treno, se c’è l’altro treno è una coincidenza.

Come tutte le buone battute, con il passare del tempo si finisce a smettere di considerarle battute e si inizia a credere che abbiano ragione. Per questo io ho un concetto che mi frulla in testa da anni, e che da anni fa a cazzotti con ciò che mi è stato insegnato dalla scuola, dalle letture, dalla filosofia; un concetto osceno – nel senso meno sessualizzato del termine – che in qualche modo è legato alla battuta di Balasso, e ogni giorno che passa ottiene nella mia testa sempre più conferme. Il concetto, con buona pace di Kant e del suo ingenuo ottimismo, è che noi non viviamo nella realtà, mai. Viviamo in tutto e per tutto nel suo racconto, e dato che il racconto è duttile, ciò che ci ostiniamo a considerare “realtà” è esclusivamente una questione di lessico.

Tutto è questione di lessico: chiamiamo “operazione” lo sterminio di un popolo e non siamo più in grado di definire cosa sia un bambino; chiamiamo “costo” l’investimento nella forza lavoro, e rivendicare uno stipendio giusto diventa una pretesa inaccettabile; chiamiamo “propaganda” le notizie che non ci piacciono e i giornalisti scomodi – casomai ce ne fossero – diventano propagandisti a libro paga del nemico; chiamiamo “pressione fiscale” le tasse e il soggetto diventa il terribile sopruso di riscuoterle, invece del dovere di pagarle; chiamiamo “offensivo” ciò che è irriverente e chiediamo la testa dei comici; chiamiamo “disparità di genere” il fatto che Cristiano Ronaldo guadagni 20 volte più di Aitana Bonmatí, così possiamo fingere che il problema sia un complotto misogino e non il fatto che siate andati su Google a cercare il secondo nome; chiamiamo “inclusività” l’inserimento forzato di etnie purché siano, e se qualcuno osa dire che i nobili di colore nella Londra vittoriana sono meno credibili di Bill Cosby che fa il ginecologo è subito razzismo; chiamiamo “progresso” la censura moralista dell’arte e si finisce con le petizioni per impedire opere teatrali del ‘700 in nome della lotta odierna ai femminicidi (lo so, fino a poco fa avevate annuito fortissimo e ora vi siete imbizzarriti, si chiama “crudele ironia”).

Comunque non voglio affrontare nessuno di questi argomenti. Li ho citati soltanto per permettervi di abusare della parola “trigger”, e per ribadire che ciò che ci ostiniamo a chiamare realtà è una questione di lessico.

La già soprannominata “famiglia del bosco” è salita agli onori della cronaca, con polemiche annesse, indignazione, frotte di gente che giudica la vita degli altri, frotte opposte di gente che giudica le sentenze, e tutto il pacchetto di reazioni che ormai riserviamo alle questioni sociali o alle nomination del Grande Fratello con la stessa noncuranza. Chi di dovere – stranamente senza chiedere il permesso a coccinella95 e sanguepuronovaxgovegan77 – ha disposto il trasferimento dei bambini della coppia in una struttura che garantisca loro sicurezza, igiene e assistenza; requisiti minimi che evidentemente la “vita a contatto con la natura” che i genitori avevano apparecchiato nella boscaglia abruzzese non poteva garantire.

Ora, io avrei un intero repertorio di battute sugli Alex Supertramp teorici che nella pratica fanno i selvaggi antisistema con l’ospedale a portata di mano, casomai mangiassero i funghi sbagliati, ma non sono qui per parlare della cover band dei Murunahua o dei traumi comunque pesanti che subiranno i loro figli. Voglio parlare di lessico.

Da giorni si parla e straparla di “libertà educativa”: la rivendica il padre della famiglia, la rilanciano con la bava alla bocca novax e simili, la sviscerano a suon di neologismi inglesi i circoli della sinistra dei giusti e – soprattutto – la cavalca la destra di governo, che in genere alle catapecchie senza norme igieniche abitate da stranieri riserva ruspe e sgomberi, ma in questo momento è concentrata a legittimare la puttanata dell’educazione sessuale a discrezione dei genitori, e quindi evviva chi viene in Italia a insegnare ai figli a cagare sulle ortiche e pulirsi il culo con le foglie.

Libertà educativa. Libertà educativa. Libertà educativa. Più la sento nominare e più non mi capacito di come l’enorme errore di concetto di questa espressione passi inosservato; di come non sia l’unico argomento degli intellettuali; di come non sia il tombale titolo a 8 colonne sulla questione. Nessuno di questi soggetti parla – come sarebbe giusto e civile parlare – di “educazione libera”. Parlano tutti di “libertà educativa”, e io lo so che mentre scrollate Twitter vi sembrano la stessa cosa, ma non lo sono per niente.

In “educazione libera” il soggeto è l’educazione; il fatto che sia libera è un aggettivo. È l’educazione il discrimine, il protagonista, il punto focale, ed è il requisito al quale l’attributo “libera” deve sottostare: puoi fare liberamente ciò che garantisce l’educazione; e l’educazione è un concetto sociale, storico, culturale che si concretizza nel fatto che chi viene educato sia in grado di vivere nel proprio tempo e nel proprio contesto socio-culturale. L’educazione è, soprattutto, un concetto oggettivo, checché ne dicano Pillon e il suo circolo di autoflagellanti.

Nella “libertà educativa” di cui ciancia a sproposito Salvini il soggetto non è più l’educazione, ma la libertà. L’educazione passa da requisito fondamentale ad attributo secondario, e deve sottostare alla libertà di chi la rivendica. I figli diventano strumento di quella libertà, e la loro futura capacità di vivere nel proprio tempo e nel proprio contesto è meno importante delle convinzioni dei loro genitori, delle loro credenze, del loro bisogno di travestire il narcisismo da filosofia. Non si rivendica il garantire ai figli un requisito educativo (dovere) in maniera libera (diritto); si pretende di fare il cazzo che si vuole in barba alle norme comunitarie (privilegio), a costo di pregiudicare l’educazione dei figli (deresponsabilizzazione).

È tutto qui, in un cambio di soggetto che ribalta tutto: le stronzate bigotte sull’educazione sessuale a scuola, la ripetitività noiosa dei novax, la famiglia nel bosco e il futuro comunque critico di quei tre bambini, la difesa “sempre legittima” degli aspiranti Charles Bronson, l’evasione fiscale, la morte della lotta di classe, l’esistenza di Nicola Porro, il fatto che il mio istinto satirico e la ricerca di prospettiva, ancora una volta, mi hanno costretto a sacrificare buone battute e parallelismi col Pacciani per scrivere un pippone deprimente.

È tutto qui, nella sotituzione della realtà con un suo racconto fazioso e aderente a egoismi personali che pretendiamo abbiano dignità di princìpi. Tutto qui, di nuovo, in una questione di lessico.


2 risposte a “Una questione di lessico”

  1. Avatar Citofonare Berkeley – Plautocrazia

    […] ‘sta ridicola pantomima fieristica non ci sarebbe stata senza l’affinità nominale con gli australo-abruzzesi che cagano sulle ortiche – sta al pericolo fascista come Donzelli sta a […]

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  2. Avatar Deferendum – Plautocrazia

    […] tutto in questo tempo cretino in cui di pozzanghere si fanno oceani, annegato nell’ennesima questione di lessico: il referendum non esiste più, siamo entrati ufficialmente nell’era del […]

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