
In uno spettacolo teatrale dei primi anni ’90 – Aspettando Godo, 1991, se non l’avete visto che fate qui? Lo trovate integrale su YouTube, documentatevi e poi tornate – Claudio Bisio faceva notare come la gente cerca sempre i sottotesti e i significati nascosti in quello che dici, anche quando non ha senso: “Mi ha detto ‘ciao’, ma chissà in realtà cosa voleva dirmi… Non mi ha detto niente, ma chissà in realtà… Niente! Se non ti ha detto niente non voleva dirti niente!”.
Nel secolo scorso, quando ancora non sentivamo la necessità di dare un nome clinico alle nostre inadeguatezze, la battuta di Bisio faceva molto ridere; faceva ridere nel modo in cui la comicità fa ridere da sempre: parlando di noi fingendo di parlare degli altri. Oggi che tutto è scandalo, tutto è indignazione, tutto è suscettibile ricerca del sottotesto mascherata da impegno civico, oggi, quella battuta non farebbe ridere. Anzi, forse non si riuscirebbe nemmeno a scrivere.
Tutta questa introduzione mi serve per affrontare un tema centrale nel dibattito pubblico e nella vita di tutti noi: le chiappe di Arisa.
Non si era ancora placata la sete di sangue per la scenata di Morgan a Selinunte che Arisa se ne esce con dei nudi su Instagram con annesso annuncio matrimoniale. Ma dico io, Rosalba, ti pare il caso? Con tutta la fatica e l’impegno che ci sta mettendo il povero Castoldi a grattare gli ultimi soldi titillando i cani di Pavlov dell’internet, non potevi aspettare ancora qualche giorno per prenderti la scena e suonare il piffero di Hamelin?
No, il riferimento al piffero non voleva essere un doppio senso sessuale – non sono né Pio né Amedeo – ma se volete vedercelo fate pure. In fondo è proprio questo il punto: ognuno cerca i sottotesti che vuole, e i più esilaranti da vedere sono quelli che a questi ipotetici sottotesti affibbiano l’etichetta di una qualche fobia – nel senso di “odio” e non di “paura”, perché la prima regola dei sottotestisti è che la linguistica sia un’opinione. Detto ciò, vorrei tanto farvi un pippone sull’assurdità di urlare all’omofobia per le parole sgraziate di Morgan, e avrei anche delle ottime iperboli per farlo in maniera comica, ma tra due artisti pop in cerca di attenzioni vincerà sempre l’artista senza vestiti. E ora accusatemi pure di vestitofobia.
Le sue chiappe al vento con didascalia “Cerco marito etero e voglioso, fatevi avanti” (appello suo, riassunto mio) mostrano di Rosalba Pippa (nome suo, ilarità vostra) molto meno di quanto mostrino del pubblico dei social. Come ha magistralmente riassunto Assia Neumann Dayan in un tweet, Arisa ha messo in piedi un test di Rorschach praticamente perfetto; su quei glutei e sulle altre parti del corpo mostrate o meno, ognuno ha montato la sua personale tesi polemica. Chi parlava della penosità di denudarsi per qualche like, chi del cattivo messaggio che si manda alle ragazze con queste trovate, chi faceva interessantissime digressioni sullo stato in cui versa l’arte in Italia, chi le attribuiva la colpa di “decenni di battaglie femministe buttate nel cesso” (su questo ci torniamo la prossima volta), e infine la mia allucinazione sociale preferita: avendo specificato che il marito che cerca deve essere etero, Arisa si è macchiata di “bifobia”.
Riassunto: ma non si vergogna a denudarsi così pubblicamente? Vuole che i bambini crescano con questi messaggi? Come si fa a definire artista una che si riduce a fare queste cose? Non lo sa che per colpa sua Nilde Iotti è morta invano? Ma soprattutto, non si vergogna a palesare il proprio orientamento sessuale?
(Se vi sembrano frasi uscite dal libro di Vannacci pentitevi, maschilisti retrogradi che non siete altro)
Insomma, secondo questa gente dei cui deliri un giorno la scuola dell’obbligo dovrà rispondere, Arisa sarebbe colpevole di discriminare i bisessuali con la sua bigotta pretesa di decidere a chi concedere l’accesso alle proprie mutande, perché (ho scelto il virgolettato più indicativo) “se dico di pretendere una persona a cui piaccia SOLO uno degli organi sessuali, automaticamente escludo coloro a cui piacciono entrambi = bifobia”.
Mentre leggo quelle parole con le lacrime agli occhi dalle risate, non faccio nemmeno in tempo a formulare la prima delle migliaia di obiezioni possibili perché vengo travolto dalla frase successiva, che nella testa dell’autrice immagino debba rafforzare gli argomenti della tesi e donare un tocco di intersezionalità che non guasta mai. In un impeto letterario che i generali della Folgore se lo sognano, il tweet si conclude con: “Se Arisa avesse detto di volere solo persone con pelle chiara avreste urlato al razzismo”.
Riprendo le facoltà respiratorie dopo qualche ora, mi torna alla mente lo sketch di Bisio e penso a quanto sia stato fortunato ad aver messo in iperbole la ricerca di sottotesti 30 anni fa; provo a immaginarmelo oggi, mentre si scervella per trovare qualcosa di più assurdamente comico di “Ha detto che vuole un uomo etero, ma in realtà voleva dire che gli uomini bisessuali le fanno schifo, è una cosa discriminatoria come se avesse detto che le piacciono gli uomini bianchi” e non riuscendoci manda tutti a cagare e si dà all’alcolismo.
Poi ci penso su, in quell’attimo in cui il confine tra umorismo e pessimismo cosmico si fa estremamente labile, e la piccola parte di me che ancora mantiene un’insensata fiducia verso il genere umano si fa largo e mi sussurra che forse il vero, l’unico sottotesto che va cercato è quello che sta in tutte queste polemiche e prese di posizione post-moderne zeppe di termini inglesi e neologismi senza senso. Guardandole dalla giusta distanza e con un po’ di visione d’insieme, queste decine, centinaia, migliaia di categorie che condannano ciò che nel mondo non è a loro misura affibbiando ai “cattivi” patenti di qualcosafobia, forse stanno solamente dicendo, gridando, urlando a squarciagola “Aiutateci! Ci hanno detto che il mondo ci odia e non sappiamo perché! Viviamo un costante senso di frustrazione e inadeguatezza che cerchiamo di colmare nobilitando il nostro disprezzo in maniere sempre più assurde. Fermateci, noi lo facciamo da così tanto che non ne siamo più in grado”.
Ma è solo un attimo. Riguardo le chiappe di Arisa e penso “chissà in realtà cosa voleva dire”.






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