L’agitatore nel pallone

Una storia italiana di calcio, tafferugli, crisi governative e sacrifici di rapper profetici

Palazzo Chigi, interno giorno: “Va bene! Va bene! Va bene! Hanno mancato la terza qualificazione di fila! Adesso nessuno esce di qui finché non capiamo chi è stato”. Con queste parole, Gennaro “Begbie” Gattuso sfonda a testate la porta della stanza in cui il governo ha convocato una riunione d’emergenza per affrontare la crisi calcistica.

Abodi approfitta del caos, nasconde il badge con scritto “Ministro dello sport” e confida di essere scambiato per un portaborse; Tajani, memore del lungo trascorso milanista di Ringhio, lo scambia per un arcangelo, si inginocchia e dice “Silvio faccia di me ciò che vuole”; Salvini, intimorito e sprovvisto di famiglie nel bosco da tirare in ballo, reagisce con la solita strategia degli elenchi, scandendo “Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani”; Roccella tenta timidamente di dare la colpa all’aborto che priva l’Italia di futuri centravanti; Meloni, nel dubbio, auspica le dimissioni di un sottosegretario a caso. In un angolo della sala, ignorato da tutti, Alessandro Giuli suona il flauto di Pan evocando l’intervento dell’antica divinità pagana della difesa a uomo.

Fuori dal palazzo, le forze dell’ordine faticano ad arginare la folla oceanica di tifosi incarogniti, venditori ambulanti armati di sciarpe invendute, allibratori sul piede di guerra, produttori di televisori orfani dell’offerta “compra oggi e vieni rimborsato se l’Italia vince i mondiali” e genitori disperati a nome di figli sedicenni che non hanno mai visto la nazionale ai mondiali. La situazione si surriscalda, volano insulti all’indirizzo di Gravina, poi qualcuno si accorge che è proprio Gravina a inveire – nel tentativo di mimetizzarsi – e la Digos deve intervenire per evitare il linciaggio. Un prete esorta a volersi bene, poi si strappa la tonaca, dribbla i celerini e tenta un suplex al grido di “Te la do io la FIGC, stronzo!”.

Sul fronte delle opposizioni, il solito caos: il PD invoca le primarie per i titolari mentre Enrico Letta, dalle retrovie, ha un’illuminazione e propone di convocare solo giocatori sedicenni; i 5stelle chiedono l’impeachment per Bastoni, poi corrono sul dark web alla ricerca di un editoriale di Travaglio sul legame tra il 4-4-2 e il clan dei Casalesi; Bonelli e Fratoianni, ancora in hangover dai festeggiamenti referendari, provano a ricomporre i ricordi dell’ultima volta che hanno toccato un pallone e abbozzano: “Sostituire Costacurta e Tassotti è stato un errore, chiediamo l’intervento di Mattarella”, poi vomitano sotto una foto di Berlinguer. In una pizzeria di Briatore, seduti ai loro tavoli da uno guardandosi di sottecchi, i liberisti stilano ognuno la propria formazione tipo “affrontando la questione nel merito, al di là delle simpatie politiche”, poi ordinano tutti la pizza con l’ananas.

In TV, contriti conduttori col lutto al braccio chiedono opinioni agli ospiti in studio: Cruciani sfoggia orgoglioso la maglia della Bosnia e urla “godo!”; Mieli ricorda che la lotteria dei rigori è uno storico cavallo di Troia sovietico portato in Italia da Togliatti; Cazzullo cita Platone a caso, racconta di quella volta che Pertini nell’82 fece scopa, primiera e settebello in un colpo solo, e annuncia l’uscita del suo ultimo libro dedicato all’iconografia di Bearzot; Severgnini e Gramellini litigano animosamente su chi dei due abbia sentenziato per primo che uscire con la Bosnia è un contraccolpo karmico della storia dei cecchini italiani a Sarajevo; Bersani – come al solito l’unico lucido – sentenzia: “Se l’ippopotamo agita la coda mentre caga, neanche la gazzella più veloce sfugge al getto”.

Su internet, tuttologi mai guariti dalla sindrome del ginnasio sbrodolano la solita retorica sulla troppa importanza data al calcio, sui calciatori maschi pagati 20 volte più delle calciatrici che giocano i mondiali nei campi dell’oratorio, e con tutto quello che succede nel mondo diventiamo matti per 11 milionari in pantaloncini, vergogna, e invece il tennis, la pallavolo il rugby, lo sci, la stecca alla goriziana, la corsa nei sacchi, la grande tradizione italiana del baseball per nani albini, e se tenete ai vostri figli insegnate loro i veri valori dello sport introducendoli al cheese rolling, altro che prendere a calci una palla.

Periferia di Milano, interno notte: mentre fuori infuria la rivoluzione dei tacchetti e le salme di Pio Esposito e Cristante vengono vilipese in Piazzale Loreto, in un piccolo studio di registrazione J-Ax e Dj Jad aspettano che passi la tempesta. Sono blindati lì dentro dall’espulsione di Bastoni e, ormai troppo vecchi per sfondarsi di canne, sono costretti al normale scorrere del tempo; il terrore nei loro occhi è evidente, e a poco servono le rassicurazioni vicendevoli sulla proverbiale memoria corta dell’italiano medio: quelli non ricordano i politici che li fottono, ma guai a toccare il gioco del fubal. E poi ormai quel pezzo è diventato un meme, un evergreen, una terzina di Nostradamus; maledetto internet.

Un rumore sordo investe la quiete tesa: una molotov, forse una bomba carta; la resa dei conti è arrivata. Mentre il vile Ax tenta di farsi passare per Fedez sperando nell’immunità governativa, Jad affronta il proprio destino da uomo; preme play sulla console, agita il suo ultimo scratch e, mentre risuonano i versi di quella “2030” che tutto ha azzeccato, ma che non accenna alla qualificazione mondiale nemmeno tra 4 anni, va incontro al sacrificio dell’eroe con un solo grido in gola: “Ambra for president!”.


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