A bocce ferme

Considerazioni sparse per smetterla col referendum e occuparsi del brasato

Insomma, ha vinto il NO, con un distacco di 8 punti che in un paese in lotta con gli zerovirgola da 80 anni è praticamente un cappotto tennistico. Ha vinto – anzi, stravinto – con affluenza alta, togliendo la scusa dell’astensionismo agli sconfitti, i quali comunque si stanno consolando con complotti di varia natura, indignazione per lo spumante e i “Bella ciao”, credibilissime profezie sui terribili giudici che prenderanno il paese a suon di interferenze nella politica, tonanti “avete perso il diritto di lamentarvi” in direzione dei contrari alla riforma, laconici “gli italiani non vogliono cambiare”, uve acerbe, cani mangia-compiti e altre fiabe fantascientifiche dal pianeta Maalox.

È passata meno di una settimana e il voto “non politico” ha già mietuto vittime sacrificali: Delmastro, Bartolozzi e Santanché fuori, Nordio resta al suo posto ma l’hanno minacciato di sequestrargli lo spritz, e Gasparri ha lasciato il posto di capogruppo al Senato. Tajani nel dubbio sta facendo prendere aria alla valigia, e la Montaruli si è chiusa nella sua cuccia aspettando che la tempesta passi. Insomma, aria di pulizie di primavera e scaricabarile nella destra di governo; le elezioni – salvo fuggi fuggi estivo di mojitiana memoria – saranno l’anno prossimo e ci aspettano mesi deliranti; perciò, per affrontarli al meglio, riporto qui una serie di considerazioni semiserie scollegate tra loro che finora avevo tenuto per me, per liberarmi definitivamente la testa dalla questione referendaria e smettere di abbeverarmi ai condotti lacrimali di Gaia Tortora.

Tortora. Ecco, cominciamo con Tortora. Enzo Tortora affrontò un calvario, ma alla fine ne uscì giustamente scagionato. Sì, è stato accusato ingiustamente – e massacrato poi da TV e giornali assetati di scandali, non dai giudici – ma poi la giustizia ha fatto il suo corso ed è stato giustamente dichiarato del tutto estraneo ai fatti. Ciò significa che il sistema, con tutte le sue pecche e i suoi difetti, HA FUNZIONATO. Tortora è morto da uomo libero e innocente, non è morto in carcere. Se vuoi mettere in dubbio il lavoro della magistratura, che cazzo di testimonial è uno che alla fine ha avuto giustizia? Per la prossima volta sceglietevi almeno un impiccato in carcere, con tutti quelli che ci sono ogni anno…

Noi di sinistra non le sappiamo gestire, le vittorie. Eravamo con le pive già nel sacco da una settimana, convinti che stravincessero quelli là, già pronti alla millesima analisi della sconfitta, poi è arrivata la vittoria e abbiamo reagito come Tardelli nell’82. A schede ancora calde, Conte ha attaccato con le dichiarazioni d’intenti manco avesse preso il 70% alle politiche, Schlein ha addirittura fatto un discorso centrato e comprensibile, il Duo Meraviglia Bonelli-Fratoianni pareva una coppia di quindicenni in gita appena usciti da un peep show, e Twitter era già pronto alla quarta internazionale comunista. Regà, anche un po’ meno ché poi lo sappiamo come va a finire.

A destra, poracci, l’avevano data per stravinta. Stanno reagendo alla batosta come da psicologia del Sovranista Trombato, ma il genuino stupore per la legnata che han preso è indiscutibile. Stavano con le gabbiette dello champagne mezze aperte e han dovuto fermare il tappo col culo, altro che “si sapeva che il referendum era in bilico”. La storia della Meloni che avrebbe visto sondaggi preoccupanti e sarebbe corsa ai ripari negli ultimi giorni andando in tutti i luoghi e in tutti i podcast, sennò il distacco sarebbe stato pure peggio, è una cazzata enorme. Quelli pensavano di averla già in tasca da mesi, e la Meloni voleva intestarsela per poi approvare una legge elettorale bulgara. E invece.

I liberal-centristi-calendian-marattiniani sono i più inconsolabili. Gaia Tortora è una settimana che si comporta come un’ex fidanzata rancorosa, Marattin ci delizia con le sue analisi del perché sono tutti scemi tranne lui, il Riformista stampa retorica passivo-aggressiva a ciclo continuo come se qualcuno lo leggesse e Calenda tira in ballo l’URSS per due bottiglie di spumante. In tutto ‘sto cocktail di piagnistei e ingiustificata supponenza, la carta veltronian-pulcinelliana del “non dico cosa ho votato” di Renzi fa quasi simpatia. Per dire come stiamo messi.

Un’altra considerazione sui repubblichini riformisti. Hanno perso miseramente e senza nemmeno la dignità di farlo stando a sinistra, nei sondaggi stanno perfino sotto Vannacci, fanno 700 partitini perché non si sopportano nemmeno tra di loro, non li cagano nemmeno i loro parenti, eppure pretendono di dettare linee alla sinistra. Calenda da cinque giorni non fa che elencare quali sono i requisiti che gli altri devono rispettare per averlo in coalizione, manco fosse un dodicenne brufoloso in camera sua che sentenzia “sotto la quarta non val la pena di scoparsele”. Qualcuno che prova affetto per lo aiuti, vi prego, o almeno gli faccia del male fisico. È per il suo bene.

Trovo terribilmente scorretto che, nonostante la vittoria schiacciante del NO, il governo non abbia ancora rimesso in libertà pedofili e stupratori. Voglio dire, la Meloni l’aveva promesso in pompa magna con tanto di urla della folla, è così che dimostra quanto vale la sua parola? E va bene, capisco il non liberarli subito, capisco il bisogno di una procedura progressiva, ma è già passata quasi una settimana, almeno una licenza per poter richiedere la cittadinanza libica avrebbe dovuto essere concessa.

Sono fuggiti tutti dall’Abruzzo e a parlare della famiglia nel bosco sono già rimaste soltanto Le Iene, e c’è qualcosa di naturalistico in tutto ciò: come biologia insegna, le iene possono sbranare perfino le ossa, mentre gli sciacalli hanno una struttura ossea più debole: approfittano delle carcasse finché c’è carne tenera a disposizione, ma finita la ciccia facile scappano a Messina per parlare del ponte sullo stretto.

In tutto questo bailamme di dimissioni e rimestamenti rimpasti governativi, mi chiedevo come mai nessun leghista è stato maltrattato dalla trombata referendaria e mi sono dato una risposta che forse dovreste segnarvi: per far saltare il governo ad agosto serve il capro espiatorio grosso. Ancora meglio se grasso e inviso alla propria base. Stay tuned.

Ne avrei altre, di considerazioni, ma ho il brasato sul fuoco e capite bene che nella vita ci sono delle priorità. Quindi voglio chiudere con quella che – per malriposto senso di appartenenza – è per me più dolorosa.

Peggio dei comici che rosicano ci sono soltanto i comici satirici che rosicano per una sconfitta politica. Il santone della Magliana fa vignette rancorose da una settimana, non riesce più nemmeno ad incassare le più blande pernacchie ed è riuscito a rendermi simpatica Silvia Salis, ma la suscettibilità del fascio del Madhya Pradesh non è una novità. Quello che mi stupisce sinceramente è Bizzarri: anni a dire che satira e politica devono sfiorarsi senza mai mischiarsi, e a dimostrarlo nei fatti restando sui binari anarchici della comicità, poi a ‘sto giro ha assaporato per una volta l’illusione di stare dalla parte dei vincenti e ha sbragato del tutto. Nel suo podcast, in 5 giorni è passato da “godrò chiunque perda” (sottinteso: dai, è ovvio che perdono quelli di là, sto solo prendendo la rincorsa) a “tempi mediocri in cui il popolo ha detto di non cambiare nulla” (ma come? E il godimento? Tutto qui?), al sempreverde “ero per il sì perché l’avvocato di Tortora era per il sì” (e ridaje co’ Tortora), fino al capolavoro finale: “Quando come in questi ultimi giorni il problema riguarda il fallimento di un referendum proposto dalla maggioranza e stravinto dall’opposizione, quindi nulla di particolarmente serio” (Non hanno un amico, episodio 837). Nulla di particolarmente serio. Era ‘na cazzata, figurati, e allora com’è che gli brucia così tanto il culo da non riuscire a rielaborare? Che sfondone, che caduta di stile; che peccato, Luca.

Ora scusate, il brasato mi chiama.


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