
Nel mezzo del cammin di un governicchio
ci ritrovammo tra le urne oscure,
con Nordio ormai già pieno di Verdicchio
ad aspettar la cernita sicura
di voti per il SÌ a sua riforma
con cui addomesticar magistratura.
Ma quando il bel paese pare dorma,
e chiappe scarse poggiano su allori,
è proprio lì che tutto si trasforma.
Copiosi diventarono i sudori
di chi l’aveva data già per fatta,
contando sul sostegno a priori
d’un volgo che, si sa, sempre s’adatta
alle bestialità, al trivio, al peggio,
e vuoi non basti una campagna sciatta?
Ma gli exit poll tuonarono dal seggio
lasciando a boccheggiare gli analisti
qual navi al largo senza ombra d’ormeggio.
Stupor! Tanti elettori si son visti!
E questo manda in vacca ogni costrutto,
ma non son qui per dir che i sondaggisti,
come il bikini, san mostrare tutto
ad esclusion di ciò che più interessa.
Il cielo sul governo si fa brutto
mentre la decisione viene emessa:
“Ma come? No! Ma dai! Ma che, davero?
Delmastro! Bartolozzi! Pitonessa!”
tuonò la presidente in tono altero,
nel disperato ìmpeto espiatorio
di chi sta per far come Calimero.
“Lo giuro, qui, a tutto l’uditorio:
la colpa non è mia se l’abbiam persa,
è stato un vile gesto inquisitorio
della magistratura a noi avversa
che per leggeri sottosegretari,
e quella sciocchezzuola poi emersa
d’avere ‘ndranghetisti per compari,
ha fatto tintinnare le manette
falsando gli esiti referendari”.
Così, a percentuali chiare e nette,
la Giorgia nazional si mostra mesta
cercando d’offuscar le chiappe strette,
mostrando agl’italiani cosa resta
se cade il velo della propaganda:
un’influencer scarsa e disonesta
che cerca di passar per veneranda,
per quella astuta, quella assai più attenta
dei biechi sottoposti che comanda,
ma basta una trombata e infin diventa
ferragnica frignona da storielle
che soglie del ridicolo rasenta.
Adesso ne vedremo delle belle
con il trucchetto d’ogni triste guitta
per evitar politiche gabelle:
rifuggere lo status di sconfitta,
dar colpa a chicchessìa, purché funzioni
da distrazion di massa, da aria fritta,
si chiedon roboanti dimissioni,
finanche alla ministra del turismo
per quelle sue fiscali trasgressioni
in nome di un novello garantismo,
di grandi serietà istituzionali.
Pazzesco quanto genuin civismo,
che dignità, grandiosità morali
strabordin dalle labbra tremolanti
di chi teme collassi elettorali.
C’è un anno ancora da tirare avanti
per questi craniolesi un po’ circensi,
‘sti nani che si credono giganti
e adesso, per racimolar consensi,
si fottan gli oceanici del bosco
non c’è ponte a Messina ormai che tenga.
La destra sa che l’orizzonte è fosco,
e non basta rimuovere Delmastro,
il pozzo è oramai del tutto attosco
e per recuperare ‘sto disastro
ci vuole un evergreen, un classicone
sennò si corre verso un altro impiastro.
Rimpasto, sì, bagarre in commissione.
Però poi tutti a urlare ai comunisti,
ai negri e all’etnica sostituzione,
ai froci ai queer, ai matrimoni misti;
ai video di Barbero, ai Montanini,
a tutti quei bastardi degli artisti
che voglion far passare per bovini
i fasci, gli eversivi, i Vannacci
coi loro “bella ciao”, battute e affini.
In queste ore volano gli stracci
tra i banchi tesi della maggioranza,
ma presto questi atavici pagliacci
riprenderanno il ritmo e la costanza
del populismo bieco che rifiuta
della diversità qualsiasi istanza.
Non fatevi fregar dalla caduta:
non sono morti, solo moribondi,
e neanche stan per bere la cicuta.
Balliamo, festeggiamo, due secondi;
sfottiamo pur le calendiane ancelle,
ma controlliam gli afrori nauseabondi
che forti saliran da ‘sta querelle.
Teniamoli alle stalle, al loro posto:
usciamo noi, a riveder le stelle.




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