
Le vite di tutti noi in questo momento storico sono scosse da eventi geopolitici sui quali non abbiamo il minimo controllo: un referendum costituzionale dall’esito incerto e dalle conseguenze catastrofiche si avvicina, il Medio Oriente è una polveriera per via dei soliti imperialisti, le isole per pedofili mietono arresti nei paesi democratici e avviano roboanti manovre militari in quelli presieduti dagli imperialisti di cui sopra, il potere d’acquisto degli italiani è il più basso dai tempi di Mesenzio, i benzinai hanno preso l’abilitazione da sommelier e, come se non bastasse, al bar sotto casa mia hanno smesso di vendere le Goleador.
Insomma, tempi terribili per chi crede nella civiltà e per chi ama le liquirizie gommose. Tempi che necessiterebbero di essere esorcizzati con sane risate verdi di krausiana memoria, se solo il gusto della risata non fosse stato soppiantato giorno dopo giorno, idiozia dopo idiozia, da un feticismo narcisistico che Gary Ridgway a confronto pare un seminarista. Da quando abbiamo barattato l’esercizio della prospettiva col bisogno di conferme, non si ride più delle battute ma solo dei loro bersagli, i paradossi vengono scambiati per linee di pensiero, lo sfottò diventa diffamazione e, grazie alla nuova legge sull’antisemitismo a spanne, scoreggiare in ascensore può rientrare nei parametri della rievocazione delle camere a gas.
In questo quadro di devastazione cognitiva, la vittima di cui nessuno parla è una e una soltanto: la satira. Più invasa dei paesi confinanti con l’ego di Netanyahu, più stuprata del diritto internazionale, più ostaggio degli incapaci di un disegno di legge in Italia, più malvista di un water nella casa della famiglia del bosco. Non c’è nessuna visita a sorpresa della presidente del consiglio ai funerali delle migliaia di metafore massacrate dall’abuso di similitudini; nessuno stanziamento ministeriale per il ponte tra irriverenza e senso critico; nessun focus sulla relazione tossica tra Claudio Borghi e la banda larga; nessuna campagna di sensibilizzazione, nessuna raccolta fondi a favore di Aristofane, nessun 5×1000 da donare alla nobile causa dell’ingiuria comica dei mascalzoni.
È la satira la vera oppressa di questo tempo cretino, fatto di gente che nei giorni pari chiede il titolo di studio a chi esprime opinioni sul referendum e in quelli dispari si difende da plateali figure di merda millantando inesistenti intenti ironici, stranamente senza mostrare il diploma da clown abilitato all’esercizio. E allora, se non puoi sconfiggerli, premiali con un naso rosso.
Tutto ciò per dire che, con malcelato orgoglio, mi appresto a presentare la terza edizione dei Plautocrazia SatirAwards, la kermesse che scova l’umorismo sapido dove nessuno riesce a vederlo. Maschere comiche inconsapevoli, gag incidentali, performance situazioniste incomprese, schizofrenia da tormentone, cabarettisti del quotidiano, quotidiani di cabaret, cronaca vera di eventi falsi o viceversa, clowneria istituzionale e altre mirabolanti esibizioni freudiane che vi faranno rimpiangere l’epoca in cui Idiocracy era solo un’ottima iperbole!
Gli ambitissimi Batraci D’Oro di questa terza edizione saranno assegnati alle performance tenutesi tra il mese di febbraio e questi ultimi spiccioli di vita che ci separano dall’armageddon, secondo il giudizio insindacabile del sottoscritto – quest’oggi interpretato magistralmente da Javier Bardem che aveva l’agenda libera – e saranno come sempre divisi in categorie non preconfezionate, perché la satira è anarchica e non si lascia incasellare dai vostri tag borghesi. Ma ora basta coi convenevoli, è tempo di cominciare a consegnare i premi, prima che arrivi la Digos.
Plautocrazia SatirAwards – Marzo 2026
Lasciate che introduca la prima parte della consegna dei premi con una breve ma necessaria premessa: della geopolitica e delle cose del mondo a noi italiani non è mai fregato nulla; da 76 anni a questa parte, in particolare, ce ne frega ancora meno se le cose del mondo accadono nella settimana in cui Sanremo diventa Caput Mundi. 6 anni fa non ci ha fermato una pandemia epocale che mieteva stragi in casa nostra, figuriamoci se può farlo il live action sbiadito dell’invasione dell’Iraq. Perciò i primi premi assegnati saranno legati al Festival, perché la guerra è guerra, ma Sanremo è Sanremo.
Categoria Miglior gelatore di platee
Consegna la statuetta quell’uomo che gridava “Gelati!”
Vince il primo Batrace d’Oro del 2026… Carlo Conti! Le sue esibizioni involontarie sono state più delle stelle nel jingle dei salami Negroni, ma qui si vuol premiare il troppo spesso sottovalutato talento della glaciazione comica. Qualunque sprovveduto può fare il geloso con la moglie e 10 minuti dopo mostrarsi compunto di fianco a Gino Cecchettin, ma ci vuole un vero stratega per freddar battute per un’intera settimana. Conti dice di ispirarsi a Baudo, ma è l’unico a non sapere che l’aria da pennellone serioso di Pippo era solo finzione su cui lasciar brillare i Tognazzi e i Troisi. Così, in preda al malriposto baudismo, il Nostro si infila in ogni sketch bucando tutti i tempi, ridendo a metà gag, parlando a vanvera per far sentire la presenza, trascinando via per il braccio i comici durante gli applausi e disinnescando la verve di chiunque.
La coppia De Luigi-Raffaele e l’incontrollabile Frassica l’hanno messo in difficoltà, ma qualche afflato ribelle non può intaccare la performance di un maestro del gelo satirico come non se ne vedevano dai tempi di Maurizio Milani a Cielito Lindo.
Ritira il premio Katia Ricciarelli, come insulto definitivo.

Categoria Miglior rievocazione allegorica
Consegnano la statuetta i Nazisti dell’Illinois
Proseguiamo con i premi dedicati a questa mirabolante edizione di Consorzio Nettuno Sanremo, conferendo il secondo Batrace D’Oro a… Andrea Pucci! Potrebbe sembrare che il comico milanese sia caduto sull’uccello sanremese come la Signora Longari, ma non è così. In realtà, il fu barzellettiere pippofranchiano ha voluto regalarci un memorabile sketch a metà tra situazionismo e rievocazione storica, che non sarà di certo sfuggito ai più acuti tra voi. Arruolamento in pompa magna, promesse solenni, pose na(u)tiche da approdo etiope a mento alto; poi il panico, le accuse di barbarie altrui, il temporaneo arroccarsi in emergenza con fedeli collaborazionisti, e infine la fuga definitiva travestito da vittima degli eventi. Impossibile non riconoscere in tutto ciò una sagace allegoria della roboante ascesa e ridicola caduta di Mussolini, eseguita da Pucci con mestiere da cabarettista di lungo corso. Non perdete il suo prossimo tour, che partirà da Dongo!
Ritira il premio Ignazio La Russa, perché gli hanno detto che la statuetta è un busto in marmo.

Categoria Pietro Germi on steroids
Consegna la statuetta Mimì Mardocheo
Terzo e ultimo (forse) premio sanremese, il prossimo Batrace D’Oro va a… Andrea Bocelli e Vincenzo Schettini! Il primo arriva su un cavallo bianco – battezzato come un dittatore sanguinario – che caga sul red carpet lasciando la plebe a spostar merda con le mani, poi guadagna il palco a tentoni e lascia che un evergreen e un paio di DO di petto addolciscano la pillola al volgo plaudente; il secondo, preoccupato più di perdere follower che la dignità, sale sul palco a notte inoltrata con l’aria dimessa del piazzista fallito che ha passato la giornata a contrirsi porta a porta in tutti i luoghi e in tutti i podcast, attacca un pippone sui pericoli della “dróga” comprata con un click che mia nonna con 30.000 lire e uno sconosciuto armato di caramelle lo faceva meglio, bacia le mani a Don Carlo e spera che Atreju gliela mandi buona fino alla prossima dichiarazione dei redditi.
Seppur molto distanti per estrazione, materia trattata e – non meno importante – fiducia nei parrucchieri, l’insieme delle loro due performance mostra uno spaccato spietato e sarcastico del rapporto tra l’essere umano e la fama, nonché una rilettura a tratti kafkiana del valore del talento in epoca di orizzontalità.
Ritira il premio Aldo Baglio, chiedendosi chi sia di preciso questo Kafkian.

Categoria Black Humor
Agita la statuetta Michael J. Fox
Ci allontaniamo dalla zona Festival per il premio più dark di questa edizione: il Batrace D’Oro Nero va a… le Paralimpiadi Invernali di Milano-Cortina! La sacra triade del black humor si compone di: argomento sensibile, punchline al limite dell’oltraggio e minuzioso tempo comico. Se uno solo di questi pilastri manca, il già labile confine tra ironia e vilipendio rischia di essere valicato facendo crollare tutto il castello; in questo caso, però, i pilastri sono solidi come la determinazione degli atleti paralimpici. La più importante competizione sportiva invernale per disabili che inizia mentre la guerra mondiale infuria creando nuovi menomati nel Golfo, è l’iperbole nera più ficcante, attuale e crudelmente ironica che si possa concepire. Ci sono casi in cui l’umorismo non può che inchinarsi ossequiosamente di fronte alla manifesta superiorità della realtà, e questo è uno di quei casi.
Ritira il premio Bebe Vio, che non pratica sport invernali, ma nella memoria collettiva c’è posto solo per un disabile famoso, e Zanardi non risponde al telefono.

Categoria Flop Gun
Consegna la statuetta Pete “Maverick” Mitchell
Ci spostiamo ora sul sempre accidentato terreno della excusatio non petita per una premiazione meno tecnica e più guascona. Vince il Batrace D’Oro… Guido Crosetto! Il ministro della difesa, ignaro della guerra e di stanza a Dubai per il buffet, si ritrova coi droni in tinello; preso alla sprovvista, lascia un cannolo a metà, corre ai ripari e poi… Poi va su Twitter, come uno Schettini qualunque, a spiegare che tornerà con un aereo dell’esercito ma ha chiesto di pagare di tasca propria – e mica solo il costo del viaggio, macché; paga il triplo e lascia pure la mancia al Tenente – perché non accetta lezioni di senso dello stato da nessuno, lui che ha lasciato là la sua famiglia ed è stato anche azzurro di sci. Naturalmente, nessuna questione di costi o uso illegittimo è stata sollevata, giacché nessun essere senziente potrebbe obiettare su un ministro della difesa in pericolo scortato da un aereo militare; ma è qui, il grande Bardo direbbe, che c’è l’inghippo. I più distratti diranno che il tweet voleva sedare polemiche, ma non è così: serviva invece a delegittimare eventuali attenuanti. Sotto le bombe a Dubai non avvisato e col cannolo a metà, Crosetto non ha colpe; è solo l’uomo giusto nel posto sbagliato. Ridicolo, sì, ma non necessariamente comico. Vergando il tweet mentre i missili gli fischiano sul bidet, viceversa, il Lurch di Via della Scrofa ribadisce i propri meriti comici oltre le fortuite coincidenze, la tocca con la mano de Dios al limite dell’area piccola e va ad intestarsi il Batrace in solitaria, col sussulto del vero fuoriclasse.
Ritira il premio lo stesso Guido Crosetto, assicurando che risarcirà il costo della placcatura in oro.

Categoria Surrealismo propagandistico
Consegna la statuetta il formichiere di Dalì
Preparatevi a questo punto alla celebrazione dell’esibizione di clowneria involontaria più lisergica della serata. In preda al quaalude, vince il Batrace D’Oro… Giusi Bartolozzi! Lo so, state pensando al suo famigerato “togliamo di mezzo la magistratura”, ma no, non è qui che casca il premio. Le successive giustificazioni carpiate sono divertenti, certo, ma siamo comunque nel novero del già visto, dell’autogol su rimpallo, del lapsus freudiano classico: manca il guizzo; Giusi però ha un asso nella manica. Come sapete, per la campagna referendaria di quest’anno è stato scelto il format “gioco delle sedie con argomento a piacere”: quando si ferma la musica, ognuno urla la prima cosa che gli passa per la testa e giura che la riforma servirà a quello; dopo ogni giro, il meno fantasioso viene mandato a pulire la lettiera di Gasparri e si ricomincia. Ebbene, in barba all’agguerritissima falange tortoriana, la Bartolozzi chiude una gara allo spasmo calando il carico da undici: “Se vince il SI, i giovani che vanno via ritorneranno nel nostro paese”.
Non si può non rimanere folgorati dalla magnificenza di un surrealismo dirompente in cui nessi causali e logica aristotelica, sciogliendosi come orologi di Dalì, confluiscono in un mirabile esercizio di nonsense a sovrastrutture multiple che passa dalla fuga di cervelli e arriva fino a Madre Teresa. Capolavoro assoluto.
Ritira il premio il presidente dell’Associazione Italiana Lavapiatti Alla Pari ed Esuli Giudiziari

Categoria Miglior paradosso fricchettone
Consegna la statuetta Ted Kaczynski, con un sorriso sospetto
Vincono il Batrace D’Oro… I sostenitori della famiglia nel bosco! Dimenticate la remigrazione; dimenticate le ruspe sui campi rom; dimenticate il Decreto Caivano; dimenticate “hippie di merda, gretini, ecoterroristi”; roba vecchia. La destra riscopre le gioie della vita a contatto con la natura, alza gli scudi per gli australo-abruzzesi disfunzionali, e imbastisce una sceneggiatura paradossale degna del miglior Mel Brooks: gente che nella vita reale pretende ospiti scalzi a casa, sterilizza ciucci in spiaggia, compra mirtilli surgelati al discount e chiede l’intervento dell’esercito se il pargolo prende le verruche in piscina, dalla propria seduta Richard Ginori prende lo smartphone e va sui social a spiegare ai crudeli comunisti la meravigliosa genuinità dei funghi mal conservati. Mel, so che stai lavorando a Balle Spaziali 2, ma fossi in te un pensierino sul copione di Cagate Boschive lo farei.
Ritira il premio il vibrione del colera.

Siamo arrivati a questo punto all’ultima statuetta della terza edizione dei SatirAwards; è una premiazione forse anomala ma – concorderete con me – assolutamente necessaria. Per l’occasione vorrei introdurla con un’adeguata citazione folk.
Se non li conoscete guardategli un po’ addosso
L’organica allergia che c’hanno per il rosso
Non gli riesce di vedere senza scatti di furore
Fazzoletti o bandiere che sian di questo colore
Forse tu li paragoni a dei tori alle corride
Ma son privi di coglioni e il confronto non coincide
Si è saputo da un’inchiesta che li tengon nella testaOra li riconoscete come se li aveste visti
Solamente dei fascisti
sembran tori ma son buoi.
Categoria This machine kills fascists
Consegna la statuetta lo spirito di Woody Guthrie
Lo so, pensavate che avessimo chiuso con Sanremo; mai fidarsi di un satiro, ragazzi. Il più brillante dei Batraci D’Oro di questa terza edizione va a… Gianna Pratesi! Carlo Conti decide di celebrare il referendum del ’46 e manda i suoi galoppini nelle RSA di tutta Italia; gli scout trovano la signora Gianna, 105 anni e l’aria da mansueta nonnina tutta coccole e biscotti. È vecchia e pilotabile, si dicono; così la convincono con la promessa di una pensione dignitosa e la portano sul palco con l’unico intento di farle dire “ho votato repubblica”. Lei guadagna il proscenio e attacca col copione da vecchia rintronata à la Abraham Simpson, racconta aneddoti, finge di divagare; poi ad un tratto – con la nonchalance di Verbal Kint che esce dal commissariato e smette di zoppicare – alla domanda se nel ’46 fosse sicura di cosa votare risponde: “Certo, in famiglia siamo tutti di sinistra, noi i fascisti ciao” e fa pure il gesto con la mano. La platea esplode, le prime file sorridono a denti stretti, consiglieri destrorsi di ogni grado danno di matto sui social, La Russa ha un mancamento improvviso, Vannacci sbava sulla sua vestaglia del giovedì, e a Biella i vicini di Pozzolo mettono i sacchi di sabbia alle finestre. Conti abbozza per un minuto interminabile finché lei – magnanima – al terzo “quindi cos’ha votato?” lo accontenta per pietà e risponde “repubblica”. Il conduttore tira un sospiro di sollievo e chiede a gran voce l’applauso alla signora, mentre alcuni energumeni salgono sul palco per tradurla in questura.
La satira è un lavoro chirurgico di irriverenza e martellamento di nervi scoperti, una scrittura lacerante per un attimo di ilarità, una discesa nell’abisso; a volte però, quando il talento brilla, è solo un’ultracentenaria che destabilizza i fasci e se la ride.
Ritira il premio Keyser Söze

Siamo giunti, ahimé, alle battute conclusive di questa terza edizione, ma vi annuncio fin d’ora che i SatirAwards torneranno; c’è solo da capire, vista l’aria di serenità che si respira, se quando succederà saremo ancora vivi noi. Ma in fondo cos’è la vita senza qualche punto di domanda?
Prima che il gallo canti tre volte il sipario si chiuda, voglio ringraziare il fido Javier Bardem, che questa sera ha impersonato il sottoscritto con passione rara; voglio ringraziare inoltre le case cinematografiche che in nome del free speech e della pacificazione artistica l’hanno inserito nelle black list di tutto il mondo, consentendogli oggi di essere qui, e consentendo a me di pagarlo con un pasto caldo e un tozzo di pane.
C’è poi, naturalmente, un ulteriore doveroso ringraziamento. Nulla di tutto ciò che avete ammirato stasera sarebbe stato possibile senza l’apporto indispensabile di chi – mentre io e il compagno Javier ci godiamo lustrini e paillettes – lavora incessantemente dietro le quinte sacrificandosi per la causa. Quindi ringrazio di cuore il Governo Meloni con i suoi troll sotto anfetamine sostenitori per le ottime scenografie, le opposizioni tutte per il grande lavoro di insonorizzazione, Trump e Netanyahu, Khamenei e figli, Putin e tutti gli altri per l’impegno profuso sulla tragedia; ora non resta che aspettare la farsa.
E infine voi. Voi che avete letto e voi nel bosco che avete solo guardato le figure, tutti voi che forse avete riso o forse no, forse vi siete offesi e state assoldando i sicari, forse siete il tizio che ha raccolto la merda di Caudillo con le mani, forse siete studenti di Schettini che bigiano le dirette Twitch, forse siete a Dongo per lo spettacolo del Pucci o forse ancora siete ultracentenari che ancora sanno bene cosa si fa coi fascisti. È in questa molteplicità litigiosa e ubriaca, in questa sanguinosa coesistenza tra risate e bestemmie che la satira sobbolle, sopravvive, si trasforma, resiste. Tenetevela stretta, e nei momenti bui ricordate sempre cosa dicevano i Monty Pthon.
La nostra arma principale è la paura, la paura e la sorpresa, la sorpresa e la paura… Le nostre due armi principali sono la paura, la sorpresa e una spietata efficienza… Le nostre tre armi sono la paura, la sorpresa, una spietata efficienza e una quasi fanatica devozione al Papa… Le nostre quattro armi principali sono… Tra il nostro vario armamentario abbiamo… Rifaccio l’entrata, andiamo!






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