Osservatorismo

La morte dei dualismi novecenteschi e la strategia politica dei guardoni

Ma quale fascismo? Quale nostalgia del ventennio? Quale fuga dal dibattito? Quale tentativo costante di delegittimare l’infrastruttura democratica del paese aggirando doveri, responsabilità, procedure e fondamenti dello stato di diritto con stratagemmi sempre più ridicoli? Sono qui per annunciarvi, cari i miei veterocomunisti invidiosi, che sono finiti i tempi delle analisi politiche basate su archetipi ormai vecchi di un secolo e poco instagrammabili.

È finita l’epoca delle categorie vetuste tanto care a voi boomer della democrazia coi valori costituzionali sempre in tasca; i tempi sono cambiati e il nostro governo ha perfettamente intercettato quali sono le reali richieste del popolo. Basta con la separazione tra progressisti e conservatori! Nessuno le considera più, siamo onesti. Non c’è fazione politica che non rincorra ossessivamente il progresso, non c’è leader che non passi il tempo a mostrarsi al passo coi tempi, non c’è bigotto aspirante papista che non abusi dell’AI per dire che non ci sono più i bei tempi analogici di una volta. Il progresso è da anni un concetto disciolto nell’acido della commercializzazione, e il conservatorismo si porta dietro un retaggio ormai ingestibile per devoti nevrotici con più abbonamenti ad OnlyFans che grani nel rosario. È tempo di passare oltre, di pensare oltre, di osservare oltre.

Vi sento rumoreggiare per la scelta di Meloni di aderire all’Ordine Nero di Thanos al Board of Peace; vi sento parlare di sudditanza, strappi idioti con l’UE per coccolare gli esaltati, becera strategia miope da consenso pre-referendario. Certo, a prima vista può sembrare che Meloni e il suo circolo del bridge siano il peggior consesso italiano di inetti dopo i Club Dogo. Può perfino sembrare che inventarsi di sana pianta lo status inesistente di “paese osservatore” per evitare il dibattito in aula sia un trucchetto, una boutade dadaista, un “tiro ignorante” alla Basile. E invece è un manifesto, un’intenzione ben precisa, un’intuizione sul futuro italico: è l’alba dell’osservatorismo, la nuova via che manderà in pensione gli antichi retaggi della politica responsabile al grido di “Noi non c’entriamo, davamo soltanto un’occhiata”.

Finiamola con la pretesa intellettualoide di una politica che discute, valuta le conseguenze, prende posizione e se ne assume la responsabilità. Gli eletti devono rappresentare gli elettori, e cosa può rappresentare al meglio un elettorato da affluenze del 40%, se non un governo che nicchia sui propri doveri? Cosa dipinge l’essenza dell’italianità, se non il tentativo costante di tenere il piede in più scarpe? Il paese reale vuole stare a guardare, saltare sui carri senza spingere, stare sul divano a spiegare il calcio ad Ancelotti; vuole rivendicare la purezza degli ideali senza il rischio di doverci fare i conti, vuole violare le regole se gli conviene, vuole una scusa sempreverde, un cane mangia compiti, una foiba per ogni Auschwitz, un bidet per ogni Macron, una calamità per abusare della parola “emergenza”, un eretico da bruciare, una via di fuga, una visuale privilegiata, una serratura da cui spiare col cazzo in mano mentre gli altri scopano.

Arrendetevi, utopisti novecenteschi: progresso e conservazione sono ormai un dualismo morto, come la destra e la sinistra in quel pezzo di Gaber. Non c’è europeismo o sovranismo, nessun fascismo, nessun socialismo reale, nessuna dottrina per un popolo che si affatica a leggere i comandamenti, figuriamoci a rispettarli. La via è tracciata, le mani sono avanti, l’identità è riscritta: siamo un popolo di santi, poeti e osservatori.


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