
Dongo, febbraio 2026. un uomo diretto al confine viene fermato per un controllo di routine. È agitato, la sudorazione è alle stelle, la salivazione azzerata, si guarda continuamente alle spalle; gli agenti lo osservano con sospetto e con mnemonica curiosità, come se l’avessero già visto da qualche parte ma non riuscissero ad inquadrare dove o quando. Leggono il nome sulla carta d’identità: “Andrea Baccan”. Niente, ancora nessuna lampadina; poi, forse per la tensione, una smorfia lo tradisce. L’appuntato gli chiede di fare una pernacchia con l’ascella, riconosce lo stile, grida “Eureka!”. Mentre le guardie lo trascinano verso il patibolo, l’uomo grida: “È un errore, vi state sbagliando, io sono Massimo Boldi, lo giuro! Ta-ta-ta-ta-ta-tachicardiaaaa!”.
Sanremo, 96 ore prima. Carlo Conti annuncia Andrea Baccan, in arte Pucci, come co-conduttore di una delle serate del Festival. Le opposizioni insorgono – come solo la sinistra degli hashtag sa insorgere per le musichette mentre fuori c’è la morte – contro la scelta di portare sul palco dell’Ariston la comicità stereotipata e qualsiasicosafobica di uno che simpatizza apertamente per la destra, quella che sta al governo oggi e quella che ci stava 90 anni fa. Il cabarettista milanese ci mette il carico da undici e pubblica sui social una foto che lo ritrae su una barca in direzione Sanremo, nudo, in posa da approdo; neanche a dirlo, le urla moraliste per un paio di chiappe si aggiungono al coro indignato; qualcuno – in piena sindrome da inquisitore o forse solo sbronzo – invoca interrogazioni parlamentari (grazie, davvero; poi se vi avanza del tempo ci sarebbero un’economia al collasso, catastrofi climatiche malgestite, decreti liberticidi e annullamento dello stato sociale).
Prateria dell’internet, contemporaneamente. L’arruolamento del Pucci per il Festival scatena l’ironia dei social, che già immaginano gag grottesche, strizzate di benignica memoria con l’aggiunta di fischio da tamarro e cicca in bocca, direttori d’orchestra annunciati con la voce a mezzo rutto, barzellette sulle suocere e altri grandi momenti del varietà Kimbo, comunque meno inopportuni degli acuti della Pausini. Le allusioni satiriche al vizietto dell’egemonia nella Rai meloniana non tardano ad arrivare, e con loro la solita schiera di musoni che stanno alla comprensione della satira come Salvini sta ai pronostici, e che se ridi per la buccia di banana ti devono frantumare i coglioni coi dati ISTAT sugli incidenti causati dalla frutta fresca. Da qui in avanti, il solito copione di tafferugli virtuali, torte in faccia, fallimenti della scuola dell’obbligo e maltrattamento degli aforismi di Pertini.
Salò, due giorni dopo. In una magione protetta, Andrea Baccan giocherella nervosamente col ciuffo del suo fez; i messaggi ricevuti nelle ultime ore lo mettono in agitazione. Qualche insulto e una manciata di critiche le aveva messe in conto – è il suo mestiere – ma forse non ne immaginava la quantità e il tenore. O forse sì, ma un conto è immaginarli e un altro è vederli. Fatto sta che decide di non potere o non voler sopportare oltre: chiama Conti, gli dice di trovarsi qualcun altro, cancella la foto da conquistador nudista e pubblica un post annunciando il ritiro; poi apre la chat WhatsApp “Schleindler’s list” e chiede protezione. Infine, indossa la maglietta di Rummenigge e si dà alla macchia.
Torre di Barad-dûr, in quell’istante. Gli esponenti di governo – in piena riunione plenaria – leggono il messaggio del derelitto cabarettista, rispondono “Tranquillo, ti copriamo noi”. Mollano i cruciverba facilitati e, lancia in resta, corrono sui social ad alzare gli scudi in difesa della libertà d’espressione, del diritto alla satira e tutte cose. Con gli hater già schierati, il cyberbullismo ormai argomento a piacere più quotato di Leopardi, il facile contraltare delle Cucciari e dei Benigni da evocare e le opposizioni in modalità “Pillon a un afterparty dei Rammstein”, è praticamente un rigore a porta vuota.
Basta solo toccarla. Piano. Senza strafare. E invece.
Spogliatoi di USA ’94 (o forse Facebook), a fine partita. È andato tutto storto. Le riserve tornano a casa con lo sguardo basso; Salvini si consola portando sfiga all’Italia del curling come ai vecchi tempi. La Russa, al telefono con Pucci, gli esprime solidarietà imitando la voce di Fiorello. Come ho fatto a mandarla in tribuna, si chiede Donzelli ripensando alla rincorsa con cui è riuscito a dire “Noi abbiamo lasciato esibire Ghali” – in che senso “noi”? In che senso “abbiamo lasciato”? Che diavolo stai dicendo, Minnie? – Perché ho avuto così fretta, pensa Tajani, mentre rivede alla moviola la scelta dello slogan “Vietato ridere” per parlare di satira – anche Paperissima fa ridere, Fantonio, che c’entra la satira? – E poi lei, l’inconsolabile; la divin cogliona; la rigorista più attesa, che dall’alto dei 20.000 euro di querela contro un comico colpevole di averle detto “puzzona caccolosa”, è partita da lontano con un lunghissimo e ficcante discorso sulla deriva illiberale della sinistra, il politicamente corretto, le barbabietole da zucchero e gli affluenti del Piave, per poi arrivare sul dischetto stanca e calciare un bel “secondo me bisognava chiedergli di non parlare di politica”. Ma certo. Chissà perché non ci abbiamo pensato prima. Decidere di cosa un comico può o non può parlare. Così sì che c’è libertà, vero Gioggia? Senti che idea: un bel ministero apposito.
EPILOGO
Milano, Piazzale Loreto. Molti tweet dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Andreiano Puccía si ricordò di quel lontano pomeriggio in Puglia in cui suo padre lo portò a scoprire il riso patate e cozze, e di quel “Paucci” diventato una gag di repertorio. A ben vedere, si disse negli ultimi istanti, il barese del racconto non sapeva pronunciare il suo nome ma gli aveva portato fortuna. Al patibolo invece ce l’avevano mandato quelli di cui si fidava; quelli che al momento di coprirgli le spalle hanno pensato bene di pararsi il culo. Begli amici. Tutti a difesa della satira, ma chi l’ha mai fatta, la satira? Ma li avete mai visti i miei spettacoli? Facevo bene a tenermi il numero del barese – concluse malinconico, mentre l’inevitabile sopraggiungeva – almeno lui sarebbe qui oggi, a gridare “Nessuno tocchi Paucci”.




Lascia un commento