Servizietto pubblico

L’indecenza degli scarsi, i bocchini preventivi e il destino dei ratti al cospetto dell’Olimpo

DISCLAIMER: il seguente pezzo è un'invettiva logorroica e velenosa su una delle peggiori dimostrazioni di sudditanza e inopportunità mai viste nella TV pubblica; un'analisi profondamente sofferta di una tracimazione d'ignoranza in quella che fu la casa del Maestro Manzi. È, soprattutto, la desolante e rabbiosa constatazione che non c'è sacralità su cui le bestie non cerchino di affondare i denti. Proseguite a vostro rischio, possibilmente lontano dai pasti.

Ho già avuto modo di raccontare su queste pagine quale sia la mia devozione verso le olimpiadi, verso ciò che rappresentano, la loro sacralità, il rito collettivo, l’umanità profonda della loro natura, e quell’idea di conciliazione universale che lo sport sa riassumere meglio di qualsiasi iconografia. Sì, anche le olimpiadi invernali; smettetela di discriminare gli sport con divise troppo coprenti da impedirvi le seghe, razza di eretici senza dio; lo sappiamo tutti perché preferite la pallavolo all’hockey.

Ho già avuto modo, dicevo, anche di inveire quando tutto ciò a Parigi è stato preso a pesci in faccia per inseguire la febbre dell’happening, coccolare le bolle social ed elemosinare cuoricini facili da gente che non distingue una liturgia ancestrale da un capodanno con Pozzolo. Così venerdì sera – mentre mi posizionavo di fronte alla TV con Peroni familiare e birra gelata come si confà ai cerimoniali religiosi – i miei sentimenti erano contrastanti, ferocemente combattuti tra la limpida fede nel sacro fuoco di Olimpia e il terrore di veder ripetere le indecenti porcate del 2024.

Poi però la cerimonia è iniziata davvero, e lasciatemi dire l’ultima cosa positiva che leggerete in questo pezzo: la cerimonia è stata semplicemente splendida. Celebrativa, armoniosa, pacificante, aperta, rispettosa dello spirito della manifestazione e della centralità degli atleti, comunicativa, emozionale, pregna di ideali collettivi. In una parola: olimpica. E lo è stata tanto da far passare in secondo piano dettagli come lo stupro dell’inno di Mameli compiuto dalla Pausini o l’effetto “cagnolini da cruscotto con testa basculante” dei tre testoni.

Peccato che – poco meno di un anno fa – un cataclisma si sia abbattuto sul servizio pubblico, e non sto parlando della lottizzazione della Rai, dei giochini sporchi per tenere in bilico la commissione di vigilanza, delle minacce a Report, degli Insegno o dei Barbareschi. Questi sono soltanto danni collaterali, piccoli affluenti del grande fiume in piena. La più grave catastrofe che ha travolto la Rai è aver perso (lasciato andare, più che altro) un uomo che per decenni è stato sinonimo di olimpiadi: quel Franco Bragagna di cui chi ha a cuore lo sport non può che aver sentito l’enorme mancanza.

Un’enciclopedia dello sport in carne e ossa, narratore capace, uomo di grande cultura, professionista eccezionale. E io sapevo che venerdì lo avremmo rimpianto, ne ero certo, ero già pronto a sentirmi orfano di quei record che solo lui ricorda, orfano di quel genuino entusiasmo al riconoscimento istantaneo dei tedofori a sorpresa, orfano del suo avere un’informazione, un aneddoto, un qualcosa di interessante per ogni delegazione ed ogni nazione, che fosse la Germania o il Lesotho; ero pronto a pormi basse aspettative per chiunque ne avesse fatto le veci. Ciò a cui non ero preparato è che la Rai riuscisse a scegliere una tale bieca combinazione di ignoranza, pressappochismo, mancanza di riguardo, chiacchiericcio da bar, egomania, mezzucci editoriali, campanilismo spicciolo e politica politicante.

Nel paese dei Pizzul e dei Galeazzi, nella Rai dei Bizzotto e degli Antinelli, a pochissimi giorni dall’inizio, il direttore di Rai Sport Paolo Petrecca rimuove dall’incarico l’eccellente Auro Bulbarelli con una scusa ridicola e, preso dal sacro fuoco della meritocrazia e della separazione delle carriere, sceglie di affidare il commento della cerimonia inaugurale a… Paolo Petrecca! Esatto. Non ha neanche provato a presentarsi come Pepito Sbazzeguti o a indossare un naso finto.

Giacché la storia italiana è sceneggiata dai Vanzina, sappiamo tutti cosa succede nella scena successiva a quella in cui il capo sale in cattedra dicendo ai sottoposti “vi faccio vedere io come si fa”: il Petrecca esordisce con la salivazione a zero, piazza due frasi in cui si mangia venti parole su trenta, e da lì in poi inanella una tale sequela di figure da cioccolataio che la Svizzera sta pensando di concedergli la cittadinanza onoraria.

Confonde lo stadio di San Siro con l’Olimpico per poi interrompersi e correggersi (dimostrando così non solo di aver confuso il suo tesserino da giornalista con l’abbonamento alla curva della Lazio, ma pure di non sapere che lo stadio usato per la cerimonia È stadio olimpico, per definizione, bastava l’ABC per salvarsi il culo, e invece); presenta il tema della cerimonia con la confidenza di Fantozzi che definisce la punzonatura; fa confusione coi fogli degli appunti mentre guarda altrove, e all’ingresso Matilde De Angelis dice “proseguiamo con Mariah Carey”; forse ispirato dai troppi calici di Gewürztraminer bevuti prima della diretta, ridacchia da solo in mondovisione all’idea che Verdi, Puccini e Rossini sarebbero stati un tricolore se il secondo si fosse chiamato Bianchini; racconta in maniera sconclusionata tutte le fasi dell’esibizione, trascinandosi in supercazzole involontarie che Del Vecchio lèvati; parla ininterrottamente sull’esibizione di Brenda Lodigiani, la cui efficacia stava nell’essere un’esibizione muta; interrompe Stefania Belmondo parlandole sopra ad alta voce ogni stramaledetta volta; tratta con sufficienza gli interventi del povero Fabio Genovesi, l’unico lì in mezzo ad essersi preparato qualcosa da dire; confonde Kirsty Coventry – presidente del CIO – con la figlia di Mattarella; dulcis in fundo, nel momento più solenne della cerimonia, all’ultimo tratto della staffetta verso il braciere, se ne esce con “ecco Baresi e Bergomi, portano la fiaccola e c’è il passaggio a…” – 28 secondi di silenzio in cui possiamo percepirlo implorare disperatamente un suggerimento da quelli al primo banco – “ad altri tedofori, riconosco sicuramente Paola Egonu”.

E queste che ho appena elencato sono soltanto gaffe e strafalcioni (nemmeno tutti); cose che no, non sono accettabili in quella quantità, come non è accettabile il dilettantismo che li ha generati (direttore di RaiSport. Questo è direttore di RaiSport. Vi si devono mangiare i cani, altro che il cavallo di Viale Mazzini) ma sono la parte meno grave di tutta la faccenda: la tensione può tradire, la logorrea da compensazione è un riflesso condizionato e incasinarsi con gli appunti può capitare, soprattutto se durante il lavoro si tiene il cazzo in mano e l’occhio su PornHub.

Il Petrecca, però, non è soltanto un imbarazzante e supponente incapace che dovrebbe maneggiare pompe di benzina al Pigneto invece che microfoni nel tempio sacro dello sport; Petrecca è anche e soprattutto uno la cui carriera è interamente accompagnata dalle sue simpatie politiche e raccomandazioni, alle quali naturalmente deve mostrare tanto servilismo quanta sia la sua inadeguatezza. Così, sotto la sua direzione e con la sua voce, tutto il racconto di una cerimonia emozionale e coinvolgente passa sotto le forche caudine di ordini dall’alto e leccate dal basso.

Ghali non piace ai sovranisti, talmente alla canna del gas da cagarsi addosso per l’esibizione di un rapper? E allora non lo annunciamo, non lo nominiamo, non lo inquadriamo MAI con un primo piano; della Pausini abbiamo visto anche le carie, ma per Ghali solo grandangoli da Plutone. E poi Favino che recita L’infinito ma ci tocca sentirlo di merda perché “usiamo l’audio ambientale, così si sentono gli applausi”, salvo poi spegnerlo puntualmente, l’audio ambientale, sui fischi plateali in direzione di JD Vance o della delegazione israeliana. Si ringraziano le istituzioni che hanno reso possibile l’evento “a partire dal governo, vediamo inquadrata la presidente Meloni, ma anche le regioni Lombardia e Veneto”, dimenticandosi poi del sindaco di quella città… Quella dove c’è San Siro… Come si chiama? Vabbè, quello mica ha avuto un ruolo, no? Al centro del palco c’è un caleidoscopio armonioso che racconta il genio italiano come risultato della fusione di culture, che aggiungono colore a ciò che prima era soltanto bianco? E noi ci parliamo sopra costantemente, senza far sentire nulla, senza lasciar passare la potenza delle immagini, imbottendo il racconto di orgoglio nazionale spicciolo, eccellenza del made in Italy, spaghetti, mandolino, mamma, ve l’ho già detto che in tribuna d’onore c’è la mia amica Giorgia?

E vogliamo poi forse farci mancare una carrellata di luoghi comuni da cavernicoli sulle altre nazioni, razzismo endemico, dialettica da osteria, mancanze di rispetto verso popoli di tutto il globo, chiacchiere dei cazzi propri mentre sfilano delegazioni a cui siamo del tutto indifferenti, a meno che non abbiano un atleta il cui bisnonno nel ’34 faceva il fiammiferaio a Novara? Certo che no. E allora via con gli spagnoli calienti, gli africani pratici dei riti voodoo, tutti i popoli caraibici ugualmente accostati a quel film comico sui bobbisti giamaicani, gli arabi e i loro “vestiti del genere” a cui “ci hanno ormai abituati”, gli ucraini che “hanno voluto comunque esserci” (ma va? Giura?), i greci che sfilano per primi “perché sono gli inventori delle olimpiadi, forse andava spiegato” (esatto, Paolo, chissà mai chi avrebbe dovuto farlo), i brasiliani con il ritmo nel sangue e altre boiate che il mio subconscio sta cercando inutilmente di rimuovere.

Io non vorrei parlare di politica; non al cospetto degli dei. Non vorrei parlarne ma a questo punto è impossibile, perché se è vero – ed È vero – che il mondo intero ha ammirato la grande creatività italiana ancora una volta, grazie a una cerimonia potente e delicata allo stesso tempo, è vero anche che gli italiani non ne hanno potuto godere, alla faccia dell’italico orgoglio con il quale vi trastullate sul bidet, per colpa di un coacervo di mentecatti alla disperata ricerca di consensi. Ancora una volta, la politica di quelli “a difesa delle tradizioni” è riuscita a sporcare un rito antico quanto la civiltà. Ancora una volta, più dell’onor poterono le leccate di culo, l’opportunismo degli scarsi, la catena della deferenza il servizio scadente. Ancora una volta la pancia ha avuto la meglio sul cervello, e non parlo solo della glicemia di Salvini.

Guardateli oggi, quelli che con più foga vantano la grandiosità della cerimonia e il plauso del mondo. Guardate quali sono le parole che usano. Guardate quanto velocemente le olimpiadi finiscono per essere soltanto un mezzo per il proprio becero fine; un appiglio per dire “rosicate sinistri”; un secondo piano come tanti altri – dal Pucci che frigna agli scontri in piazza, dalle catastrofi ambientali ai film di Zalone – da tenere sfocato per rendere nitido l’unico primo piano che interessa: il proprio, dei propri colori, delle proprie convinzioni, della propria masturbazione.

Guardate la totale inadeguatezza dei dilettanti al governo di questo derelitto paese, che hanno speso giorni a polemizzare su Ghali, a urlare allo scandalo, ad aver paura di un messaggio di pace, ad assicurare di essere intervenuti per garantire che l’artista si limitasse alla mera esecuzione di ciò che la politica approva e impone. Come col MinCulPop, salvo poi mettersi a frignare se si dà loro dei fascisti di merda. Questo siete: fascisti di merda, dalla Meloni a Salvini, da Sallusti a Porro, da Petrecca ai vertici della TV pubblica che rifiutano di trasmettere il comunicato sindacale USIGRAI. Fascisti e – come sempre – conigli spaventati dalle critiche, spaventati dall’arte, spaventati dalla libera espressione, terrorizzati dal più piccolo accenno di universalità.

Fascisti che dove non arrivano con le intimidazioni si attaccano ai mezzucci, ammantando la manifestazione collettiva più importante del mondo con un tono da cinegiornale. Sputando per 4 ore sul mestiere del giornalismo, sulla reputazione della Rai, sulla definizione di decenza, pur di mettere un disperato filtro alla realtà; pur di puntare i riflettori sul carrarmato sperando non si vedano le buste della spesa. Fascisti che più si sbrodolano con la meritocrazia più faticano a trovare gente capace disposta a mettere da parte la propria onorabilità per accontentarli, e allora si fotta il merito: meglio un suddito scarso che un cittadino capace. Fascisti che riducono il servizio pubblico a un lunghissimo e scodinzolante pompino a un padrone senza coglioni.

Venerdì sera il resto del mondo ha visto l’olimpismo unire popoli di continenti diversi, mentre l’Italia assisteva ai penosi tentativi della politica di dividere gente che vive sullo stesso pianerottolo. Perché in fondo il nemico di Petrecca non è “la sinistra”, come si affannano a sostenere gli idioti. Il nemico di Petrecca e di tutti quelli come lui è una realtà che i cinque cerchi continuano e continueranno a raccontare: lo sport e lo spirito olimpico volano dove i biechi trucchetti dei disperati non hanno effetto.

Intorno a Petrecca faranno quadrato gli scarsi – lo stanno già facendo – e forse ci toccherà ascoltare la sua invadente e irrispettosa retorica da bar anche per la cerimonia di chiusura, ma quelli che si imbrodano sono e rimangono ridicoli segaioli, soprattutto ora che i giochi sono iniziati e gli avversari si abbracciano, gli sconfitti si complimentano coi vincitori, gli atleti fanno ciò che gli eserciti non sanno fare, e il miracolo olimpico si compie di nuovo.

Sotto la luce di un braciere meraviglioso che unisce ingegno, storia e pacificazione universale, gli scarsi sono soltanto ombre. Piccole macchie nere, forse un po’ ostiche da rimuovere, ma inesorabilmente destinate all’oblìo. Ratti schifosi, un nodo vinciano vi seppellirà.

Citius, Altius, Fortius.


Lascia un commento

ALTRI ARTICOLI RANDOM