Deferendum

La morte in diretta di uno strumento democratico, comunque vada

Dopo anni di dolorosa agonia, muore uno strumento democratico; ne danno il triste annuncio le conquiste sociali del dopoguerra, la rivoluzione francese, la democrazia tutta e lo spirito di Giordano Bruno. Muore in diretta streaming, sotto il suono dei commenti in tempo reale, inquadrato di sguincio da milioni di telecamere frontali e da ancora più numerosi stronzi che le manovrano. Muore nella generale indifferenza tanto di chi non si interessa alla politica quanto di chi si dice impegnato, attivista, sostenitore, detrattore e un sacco di altri aggettivi sempre più assimilabili a “tifoso”.

Muore a causa dell’abuso, come succede ai tossicodipendenti. Muore sotto il peso di decine, centinaia di raccolte firme sponsorizzate e idealismi a forma di hashtag. Muore ingloriosamente, insieme ai ricordi ormai sbiaditi di democrazia partecipata, dibattiti sui contenuti, affluenze al 90%, risultati che segnarono epoche e che ci illusero di non essere il paese profondamente servile che siamo sempre stati. Muore, come tutto in questo tempo cretino in cui di pozzanghere si fanno oceani, annegato nell’ennesima questione di lessico: il referendum non esiste più, siamo entrati ufficialmente nell’era del deferendum.

Cambia una lettera e tutto aderisce di più a ciò che viviamo. Ce l’ha insegnato Baricco, a noi aspiranti intelligenti, con il suo Castelli di rabbia; ne ha fatto la propria cifra quel genio assoluto di Bergonzoni, con i suoi domandamenti; lo abbiamo vissuto tutti da adolescenti, quando d’un tratto si smette di interessarsi alle “figu” e si punta tutto sulla… Vabbè, avete capito.

Cambia una lettera e all’improvviso sparisce l’astigmatismo di cui soffriamo da anni, lasciandoci un’immagine tanto nitida da coincidere con le dinamiche del quesito sulla giustizia col quale vi baloccate adesso, nell’illusione di convincere chicchessia a votare come dite voi, ma anche con quelli su lavoro e cittadinanza di qualche mese fa, con quelli prima sulle trivelle, e quelli prima ancora, qualsiasi cosa riguardassero, all’indietro nel tempo fino al famigerato giorno in cui Renzi e il suo ego lasciarono la politica per imbarcarsi su un cargo battente bandiera liberiana e non dare più notizie di sé.

Cambia una lettera ed è molto più limpido che i voti espressi, così come il risultato comunque vada a finire, non riferiranno (referre, refero, rosa, rosa, rosae… Prof, giuro che a casa la sapevo) una volontà popolare; mostreranno invece – come fanno da anni, in barba ai purismi rivendicati – quanta sia la deferenza verso le volontà del potere di turno, e quanto convinta sia la faccia dei sudditi sotto ai suoi piedi senza chiedergli nemmeno di stare fermo.

Cambia una lettera e si spiega l’insensata campagna che stiamo vedendo da mesi, in cui gli argini già indeboliti da sindacalisti scarsi, populisti in acido, razzisti endemici e altre creature del fantabosco, hanno ceduto definitivamente e le acque reflue hanno ribaltato il concetto fondamentale della fu parola con la R: l’onere della giustificazione spetta – spettava, ahimé – a chi propone lo stramaledetto quesito. E invece no, perché la deferenza prevede che si passi dall’argomentativo all’accusativo, cambiando il soggetto dell’interrogazione, e mentre si tocca un fondamento costituzionale non ci si chieda “perché?” ma “perché no?”.

Cambia una lettera e nella corsa dei Calboni ad accaparrarsi la leccata più gustosa vale tutto: con la riforma della giustizia non ci saranno più casi come quello di Garlasco, niente più incertezza della pena, sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, le olive saranno tutte greche, il pesce al banco sarà più fresco, i PM torneranno a dare del lei ai giudici (vi giuro che questa l’hanno scritta davvero) e le erezioni torneranno al vigore degli anni d’oro; però poi la disinformazione da condannare, zittire, censurare, passare ai raggi X, è quella di Barbero e del suo brutto vizio di avere opinioni proprie.

Ho visto il referendum giacere nella cassa sul terriccio. Sulla lapide c’era scritto: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”.


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