Il secolo sbagliato, o forse no

Un piccolo gesto di gratitudine per i primi 25 anni dell’ultimo posto bello del web

Una vecchia battuta dell’era di internet recita: “YouPorn è come tua nonna: ti ha visto crescere e ti vede tutti i giorni, ma continua a chiederti quanti anni hai”. Battuta ancora validissima che potrebbe ritornare “virale” se solo si sostituisse il povero e derelitto YouPorn – il cui nome a un adolescente di oggi fa lo stesso effetto del sentir nominare George Harrison – con i molto più blasonati e predominanti PornHub o OnlyFans, ma non sarò certo io a negare il giusto riconoscimento ai precursori che hanno posto le basi per la nostra società e per le artrosi precoci dei nostri polsi.

Internet è giovane e vecchio allo stesso tempo. Esiste da 35 anni, ma la distanza percepita tra la rete di oggi e quella degli anni ’90 è di almeno un secolo; se non mi credete, senza scomodare le generazioni Alfa e Beta, provate a nominare MySpace, Kazaa, Ask, GeoCities o Altervista a un venticinquenne, e poi guardatevi invecchiare dolorosamente nel suo sguardo interrogativo. Alcuni di quei siti – lo dico per quelli che stanno per correre su Google in un impeto di nostalgica curiosità – esistono ancora; in alcuni casi hanno cambiato faccia nel tentativo di restare al passo con i nuovi trend, ma perlopiù con blando successo. Come i veterani di guerra, sono ormai solo stanchi ricordi di gloria uditi al bancone di un bar, rievocati dagli arruffapopoli per rastrellare un pugno di voti dai nostalgici, e per il resto inesorabilmente relegati alla periferia del regno del quale avevano segnato la gloriosa ascesa.

Però c’è un però. Come in una storia narrata da Federico Buffa, in mezzo a decine, centinaia di ex-campioni in pensione, sopravvive un fuoriclasse inossidabile. Il campione dei campioni; quello che ha giocato con tutti i grandi e ancora gioca; quello che ai pischelli dice “conoscevo tuo padre” prima del calcio d’inizio; quello che, certo, ha dovuto adeguarsi quanto basta alle nuove regole di uno sport in evoluzione, ma ricorda ancora perfettamente quando il centrale difensivo si chiamava stopper, lega ancora gli scarpini facendo passare le stringhe sotto la suola, e in campo sa ancora regalare magie sufficienti a dare senso alle canzoni di Ligabue.

Il 15 gennaio scorso Wikipedia ha compiuto il suo primo quarto di secolo, ed è ancora oggi il campione dei campioni. In un secolo percepito da 35 anni, Wikipedia è un’ultrasettantenne, ma continua ad essere una delle migliori cose – forse LA migliore delle cose – prodotte da internet. In un articolo di Wired viene definita “l’ultimo posto davvero bello del web”, e senza passatismi di sorta credo non ci sia definizione più calzante. Come dar torto a chi ha coniato quell’espressione, osservando il clima avvelenato dei social, la dipendenza da clickbaiting dei giornali online, il tono snob di Substack, il ragebaiting che diventa parola dell’anno, le pubblicità invasive in ogni maledetto contesto, la polarizzazione, le opinioni prima dei fatti, il business della questua, l’hype prima dei contenuti?

Internet è diventato negli anni sinonimo di insoddisfazione, frustrazioni, dipendenza ossessiva, turbe psicologiche, chiusura, solletico agli istinti più bassi. Lo è diventato perché col passare degli anni la volgarità ha avuto la meglio: i trend da un quarto d’ora, le polemiche pretestuose, i bisticci infantili, le faide, l’inaffidabilità delle fonti, l’impoverimento del lessico e la violenza che ne deriva; tutto quello che identifica l’internet di oggi è strettamente e innegabilmente volgare, nel senso stretto di viscerale provenienza dal volgo.

Questo è il punto in cui l’impoverimento lessicale di cui sopra non vi fa cogliere la differenza tra volgo e popolo, e mi date del radical chic comunista col Rolex che vive in ZTL, schiocca la lingua, si alliscia la barba e parla di quello che deve essere fatto. Finito? Bene, ora andate alla lavagna e scrivete 100 volte: “Il popolo è quello che ha ricostruito sulle macerie delle guerre, il volgo è quello che ha dato la valigetta atomica alla versione senile e imperialista di Edo Soldo”.

In tutto questo deserto di sovrastimolazioni e volgarità, Wikipedia è una piccola oasi di cultura nella sua accezione più seminale. Una roccaforte che ancora resiste perché non si è chinata ai cambiamenti, ma nemmeno li ha rifuggiti; li ha invece assorbiti, prendendo ciò che di buono e utile ci poteva essere, e scartando ciò che buono non era, senza la paura di sentirsi antiquata. L’ultimo di questi scarti è l’integrazione di riassunti realizzati tramite intelligenza artificiale, testata e abbandonata nel giro di 24 ore, e vi sfido a trovare un’altra realtà che abbia anche soltanto ventilato l’idea di rimbalzare le proposte indecenti del nuovo giocattolo malcompreso delle masse, in epoca di meme, algoritmi e playlist suggerite.

Wikipedia è “l’ultimo posto davvero bello del web” perché è forse l’unica realtà non marginalizzata ad aver conservato il DNA originale del World Wide Web, che è fatto di libertà, gratuità – gratuità vera, non quella da sponsorizzazione – ma soprattutto condivisione e partecipazione. Internet è stato prima di tutto un’idea; l’idea che mettere in connessione persone diverse, culture diverse, conoscenze diverse, fosse un modo per arricchire tutti. Non solo: internet è stato – ed è ancora, nonostante tutto – la convinzione che quella possibilità di arricchimento valga il rischio ampiamente prevedibile di aprire la strada al dilagare dei “Bar Italia” della metafora di Bersani su Vannacci, o delle famigerate legioni raccontate da Umberto Eco.

Nell’epoca in cui si monetizza coi video YouTube, Wikipedia sopravvive grazie ad autofinanziamento e iniziative no-profit. Nell’era della comunicazione visiva e dei disturbi dell’attenzione, Wikipedia insiste ad essere testuale e verbosa a sufficienza da obbligarti alla comprensione.

Wikipedia è scrittura su sfondo bianco in un mondo di figure fosforescenti; condivisione in un mondo di bolle escludenti; collettività in un mondo di opportunismi; obiettività in un mondo di post-verità; divulgazione, nel senso stretto di mediazione ponderata tra conoscenza e accessibilità, in un mondo in cui la frase “Cosa vuoi capirne tu che leggi Wikipedia” sta in bocca tanto agli accademici spocchiosi quanto ai terrapiattisti invasati, senza che a nessuna delle due categorie sorga un dubbio.

Wikipedia va in direzione ostinata e contraria da sempre, non perché invaghita dell’antagonismo, ma semplicemente perché crede ancora che ne valga la pena. Parafrasando la battuta da cui questo piccolo tributo è iniziato, Wikipedia è come il vecchio libraio del tuo paese: ti vede tutti i giorni ubriacarti al bar parlando di calcio e figa ma continua a proporti “Una voce a caso” in attesa del giorno in cui riuscirà a suscitarti interesse. E a quel punto ti dirà “il libro te lo regalo, siamo a posto così”.

L’ho presa altissima e l’ho un po’ indorata, lo so, come so che prima o poi questo blog dovrebbe tornare ad occuparsi di guerre atomiche alle porte, terremoti, inondazioni, carestie e altri spunti da commedia leggera contemporanea, ma mi sentivo in obbligo a raccontare la gratitudine per Wikipedia, che coltiva con fatica il seme della condivisione da un quarto di secolo. Un secolo che forse è il secolo sbagliato, o forse è proprio quello giusto. Lunga vita a Wikipedia!


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