
Provincia bergamasca, a cavallo tra due secoli, interno notte. Piccoli faretti colorati dispersi nel buio illuminano a intermittenza quel tanto che basta per far apparire figo un seminterrato senza finestre, coi muri che odorano di sudore fresco e ormoni caldi; tra le nebbie di un divieto di fumo ancora da venire, fasci di luce riflettono il profilo di scenografici stivali in vetro che troneggiano sui tavolini con il loro incosciente contenuto alcolico: 2 litri di Angelo Azzurro corredati da cannucce lunghe. Intorno ai tavoli, in fila al bancone, al centro della pista, un’umanità mediamente sprovvista di carta d’identità rivendica il diritto ad esistere.
La musica è assordante, i bassi pompano e trascinano al limite i woofer, mentre Gigi D’Agostino regna incontrastato su quell’attimo di illusoria eternità; l’incedere fischiettato di “The riddle” detta il ritmo agli astanti, i versi “Near a tree by a river / There’s a hole in the ground” accompagnano le loro braccia alzate al cielo. Le porte dei bagni, dovutamente private di maniglie e serrature, basculano come l’ingresso dei saloon; l’oscillazione lascia intravedere sbuffi di fumo di provenienza esotica, pupille in espansione, contravvenzioni alla cartellonistica di segregazione dei sessi, strette di mano felpate e teste che si abbassano su superfici lucide; è sabato sera.
Molti di loro non lo sanno, e quelli che lo sanno sono anagraficamente troppo stupidi per preoccuparsene, ma il rivestimento dello scantinato accatastato a discopub è in eternit non trattato; la saturazione dell’aria è ai livelli di una sauna immersa in una piscina; la vernice nera che fodera le pareti è a base di piombo. La settimana scorsa, un B-52 mal gestito ha incendiato in mezzo secondo un bomber vintage e il quindicenne che ci sudava dentro, mentre i suoi amici ignari dei danni da combustione cantavano “scemo scemo”, ridendosela alla grande, prima di pensare di spegnerlo e portarlo fuori attraverso l’unica via di comunicazione con l’esterno; c’è mancato poco che un brillantone, per fare la gag “scusa, hai da accendere?”, non propagasse il falò rovesciando il cocktail fiammante sul divanetto coi cappotti in acrilico. Ma stasera di nuovo tutti qui – tranne l’ospite dei Grandi Ustionati – in una tomba cancerogena interrata, a godere i migliori anni della nostra vita; è sabato sera.
Soltanto qualche ora prima, gran parte di quella stessa umanità mangiava crackers durante l’intervallo ed estraeva pacchetti di sigarette da 10 da scomparti dello zaino debitamente occultati. I più strafottenti tra loro – solitamente fratelli minori di precedenti apripista – ostentano l’armamentario del tabagista anche a casa, generando invidia in quelli sempre pronti a giurare “quell’accendino è solo per i petardi, mamma, dico davvero”.
Salto temporale: è il 31 dicembre 2025. Quegli inguaribili appassionati di raudi e miccette – ormai più vicini alla pensione che agli anni d’oro del grande Real – si ritrovano al bar per l’aperitivo, tra sfottò calcistici, bestemmie come virgole e auguri di buon anno a te e famiglia. Mentre nei loro bicchieri il Campari copula col vino bianco oltre la media giornaliera e qualcuno si concede una sporadica pista in bagno – è pur sempre l’ultimo dell’anno, su, non fate i moralisti – i più in grinta caldeggiano l’ipotesi di portare a casa la mensile grazie alle mutande rosse e alla casa libera, ché i figli ormai sono grandicelli e il capodanno lo passano con gli amici. Preso dal risveglio ormonale, e colpito nel patriarcato da un paio di allusioni sulle attività di capodanno delle figlie femmine, il più suscettibile del gruppo – forse quello del bomber incendiato, forse il capo del coro “scemo scemo”, senza dubbio una persona a conoscenza dei fatti – sentenzia: “Macché! I ragazzini di oggi sono delle mezze seghe, passano le serate in casa a guardare Netflix, mica come noi che alla loro età ne combinavamo di tutti i colori”.
È il segnale: gli argini crollano e da quel momento volano racconti di serate folli, fughe a fari spenti dalla polizia, storie da una notte a braghe calate contro i muri, rotte per casa di Dio, gli anni in motorino sempre in due e tutto il resto della discografia di Max Pezzali. Vi ricordate le feste techno nel bunker riadattato? E il figlio del farmacista che rubava le boccette dal magazzino e ci invitata in soffitta a fare gli esperimenti? Chissà se è ancora vivo… Ma che figata era quando facevamo l’alba all’Alter Ego? Roba d’altri tempi, buttavamo giù di tutto come niente fosse, scopavamo qualsiasi cosa si muovesse, bevevamo dai bicchieri di tutti senza fare tanto gli schizzinosi, poi alle 6 di mattina al forno a prendere le brioches, un paio d’ore di dormita e la domenica freschi come una rosa! Roba che a farlo adesso faremmo più fatica, abbiamo un’età ormai, ma di sicuro reggeremmo di più di ‘sti quindicenni mollaccioni di oggi che bevono birra analcolica e si cagano addosso per nulla.
Qualche ora dopo, lontano dal bar, ognuno è impegnato col proprio veglione, ma la carica nostalgico-erotica è ancora la stessa. Sguardi languidi corrono tra rispettivi coniugi mentre si ride, si scherza, si urla “Buon anno”, si filmano i fuochi d’artificio, si mette Gigi D’Ag e si finge che il tempo non sia mai passato. Il suscettibile che abbiamo già conosciuto – inossidabile membro di gruppi ultrà, e per questo in costante gara con quindicenni che lo guardano come si guarda una robiola scaduta – lancia una piccola bomba carta dal balcone in risposta ai raudi esplosi dai compagni di classe della figlia, poi rientra in casa con l’atteggiamento di quello che ha ristabilito l’ordine naturale nella caverna. L’ultima frase da viveur che lo sentiamo pronunciare è ciò che di più bergamasco e cronicamente irrisolto possiate sentire: “Li hai visti, come si sono spaventati? Fighette. Ne devono ancora girare, di polenta”.
Poi, di punto in bianco, tutto cambia.
Tra una storia Instagram e un Buon Anno su Facebook, sugli smartphone di tutto il mondo compare la terribile notizia di un rogo accidentale in un locale in Svizzera. Da quell’inferno di fuoco usciranno i corpi senza vita di diverse decine di ragazzi giovani e giovanissimi, alcuni anche italiani. Nemmeno il tempo di far raffreddare le salme, che l’aria si fa così catecumenale che per un attimo sul comodino del Nostro il santino di Mussolini (dai, forza, fingete stupore) pare assumere le sembianze di Padre Pio. I ricordi delle trasgressioni giovanili con cui si era trastullato fino a quel momento lasciano spazio a frasi dell’onestà intellettuale di “Cosa ci facevano dei ragazzini così giovani in Svizzera?”, “Ma questi non ce li hanno i genitori?” o l’ormai immancabile “Sono stati i maranza, ditelo ai comunisti che li difendono”.
Passano i minuti, le ore, i giorni. Trapelano dettagli, foto, filmati, bassa pornografia del dolore; più trapelano più gli ex frequentatori di tombe cancerogene, moderni Savonarola, pontificano di giovinastri irresponsabili e cattive influenze, scagliandosi rigorosamente contro le vittime: “il locale va a fiamme e loro filmano”, “vabbè, ma se accendi i fuochi al chiuso sei un coglione”, “sedicenni con le bottiglie di champagne, ma vi pare normale?”, “a forza di star sui social e ascoltare musica di merda si sono rincoglioniti tutti”, “fossero rimasti a casa sarebbero ancora vivi”, “ben gli sta, a ‘sti figli di papà viziati” e così via finché il Viagra non serve più.
Gli antichi fasti da Steven Tyler dell’Alta Padana spariscono, qualcuno giura che era tutto uno scherzo, altri assicurano che il loro naso ha sempre avuto quella forma innaturale. Al posto dei racconti di devasto compare un affresco francescano di vita ascetica, erba dove oggi c’è la città, commoventi Vie Gluck, bagni nella tinozza al centro del cortile, pomeriggi in oratorio a imparare la calligrafia dagli amanuensi, volontariato locale, feste a base di aranciata e musica classica, fiammiferi venduti porta a porta nella neve per pagarsi un lecca lecca, adolescenti devoti con in tasca soltanto pochi spiccioli e le chiavi della canonica, rientri non più tardi dell’ora del rosario, capodanni a base di gassosa e analisi del vangelo, sabati sera di appassionanti chiacchiere casalinghe, disquisizioni esistenzialiste, bibite analcoliche a temperatura ambiente, film d’essai, celebrazione della verginità e grandi partite a Monopoli. È per questo che siamo ancora vivi, non è stata una questione di fortuna, è solo che eravamo presenti a noi stessi.
Certo, anche allora si inseguiva un po’ il proibito, ma si era più responsabili, più consci dei pericoli, più lucidi, e soprattutto sapevamo accontentarci; il massimo della trasgressione era bere l’acqua fredda dal frigo o aspettare che la mamma uscisse per sostituire il punto croce col più sbarazzino ricamo libero; altro che andare in Svizzera a bere spumante a canna, accendere fuochi in violazione delle norme vigenti e filmarsi col telefonino. Ma avete visto com’erano vestite quelle ragazze? Ai miei tempi avremmo dato qualsiasi cosa per intravedere un ginocchio, e adesso a 15 anni indossano minigonne e scollature ampie, ‘ste zoccole; e poi hai visto quanto bevono anche le ragazze oggi? Non tutte, certo, mia figlia ad esempio queste cose non le fa mai, anzi, pensate che mi ha confessato che ha provato la birra ma appena ha bagnato le labbra le è venuto da vomitare; comunque è chiaro che è colpa dei genitori che li viziano, ci vorrebbe un po’ della disciplina che si usava una volta, quando noi davamo retta ai nostri genitori, come loro davano retta ai loro, ma da quando è arrivato internet è andato tutto a puttane.
Sì, sbandati ce n’erano anche ai nostri tempi, ma noi non eravamo così stupidi da imitarli; noi pensavamo con la nostra testa. Non date retta alle storie gonfiate sulle stragi del sabato sera, le serate alcoliche, le canne, la cocaina, l’eroina, gli acidi, le pasticche, i sassi dal cavalcavia, le camporelle in luoghi bui e pericolosi, le feste clandestine, i rave nei capannoni dismessi, i baristi che non ti chiedevano documenti, le gare con gli scooter, i motori truccati, le spedizioni punitive alle compagnie di paesi limitrofi, il disturbo della quiete pubblica, i cori “Alter Ego! Alter Ego! Più ne prendo più mi piego!”, le inesistenti case in montagna dell’amico di turno usate come scusa per andare alle serate hardcore e tornare a casa il giorno dopo, le overdose, i coma etilici, i locali senza uscite di sicurezza, gli estintori mai revisionati, le risse per gelosia, i coltelli a farfalla, i tirapugni, gli anfibi con la punta di ferro, la gente che vomitava nei fossi e toccava riportarla a casa a peso morto, imbottirla di caffè, metterla a letto e inventarsi scuse ridicole da dire ai genitori… Tutta roba che non si è mai vista, qui nel Fantabosco.






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