
Il tempo è l’unica misura delle cose, il metro universale e immutato che pesa tutto: un “classico” è qualcosa che mantiene il suo fascino dopo anni, decenni, secoli; un “buon investimento” è quello che rende a lungo termine; un “evento storico” lo è perché rimarrà importante col passare delle epoche; un oggetto è “robusto” se non si deteriora nel tempo; una carriera “di successo” si misura nel lungo periodo, e nel breve sei solo una meteora fortunata; ci si strugge per le vite che finiscono “troppo presto” e ci si consola per quelle che finiscono a una “bella età”, che è bella solo se avanzata.
Tempo: inarrestabile, imperturbabile, assoluto, relativo, crudele, gentiluomo, sprecato, utile, lento, veloce, forsennato, cadenzato; tempo al tempo, tempo di cambiamenti, ai miei tempi, tempi duri, a tempo debito, chi ha tempo non aspetti tempo, nei ritagli di tempo; tempo, comunque vadano le cose lui passa, e se ne frega se qualcuno è in ritardo, puoi chiamarlo bastardo ma intanto è già andato, e tutt’al più forse l’hai misurato con i tuoi orologi di ogni marca e modello, ma tanto il tempo resta sempre lui quel… Lorenzo, vattene! Non hai un ecosistema da devastare? Sono qui per parlare d’altro!
È il tempo che ci definisce: nel tempo fermo noi non esistiamo, nel tempo accelerato all’infinito non esistiamo. Esistere è andare a tempo, tenere il tempo, battere il tempo, scegliere il tempo.
Nella loro vita pubblica non sono mai state “Alice Kessler ed Ellen Kessler”. Sono sempre state “Alice ed Ellen”, sempre “le gemelle Kessler”. Mai disunite, mai separate, mai disarmoniche, mai fuori tempo. Sono andate a tempo per quasi 90 anni, hanno tenuto il tempo, battuto il tempo, e infine lo hanno scelto. Hanno lasciato questo mondo – e non lo dico per pudore della morte, è che penso fossero di un altro pianeta – così come ci sono entrare e come ci hanno camminato danzato sopra: insieme, in punta di piedi, con eleganza, con fatica e coraggiosa dedizione nascoste dietro un sorriso. Se ne sono andate forse tenendosi per mano, forse (di sicuro) indossando abiti elegantemente abbinati, forse – con quell’innato senso dell’umorismo teutonico – salutandosi con una battuta: “cinq, sei, set, ot, auf wiedersehen!”.
Hanno scelto di andarsene come chiunque dovrebbe avere il diritto di fare liberamente. Senza complicazioni, senza stigmi, senza sotterfugi, senza sorbirsi ore di macchina con Cappato. Senza dover ricorrere a pratiche diffuse con l’obbligo di farlo sottovoce, per non infastidire gente triste con la fissa del controllo sulle vite altrui. Hanno scelto il loro tempo e io non regalerò ulteriore tempo alla ricerca di visibilità di quelli che ora pontificano di vita sacra o altre stronzate di cui, ironicamente, la miglior definizione è “fuori dal tempo”.
È inutile e ridondante dire che con le Kessler muore un altro splendido pezzo del ‘900. È pleonastico ricordare quanto siano state centrali nella storia della TV italiana, tanto più che io sono nato quando loro erano già un pilastro del varietà e il mio passerebbe, più che per un sincero tributo, per banale passatismo d’accatto. Vorrei fare un balletto in loro onore, accennare un passo, canticchiare “La notte è piccola per noi”, ma come ballerino sono più rigido di Zanardi e come cantante più stonato di La Russa. E allora mi limito a fare l’unica cosa che so fare. L’unico modo in cui so tenere il tempo.
Voglio immaginarle così anche ora: mentre attraversano la morte eleganti, vestite in abbinato, sincronizzate, con passo sicuro, a tempo col mondo e con l’universo, sorridenti, ironiche, brillanti, assolutamente ident… Gemelle!





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