
Lo snobista musicale che c’è in me sta esultando, stappando la bottiglia buona, preparando la brace per cuocere il vitello grasso. Il relativista che c’è in me obietta che sì, la musica era commerciale, ma comunque più varia del piattume attuale, con il pantone dell’anno a imporsi laddove fiorivano colori non sempre brillanti ma comunque diversi. Il metallaro che c’è in me ribadisce con vaga soddisfazione che è inutile piangere un morto che in realtà era già morto dal ’97. Il comunista che c’è in me sta vergando una lunghissima analisi su come tutto ciò sia l’ennesima conferma di quanto il capitalismo sia nemico della cultura, sempre disposto a sostituirla con “prodotti” meno pericolosi. Il satiro che c’è in me osserva le mie molteplici personalità e finge di riderne mentre piange, o viceversa.
Quando approdò nel vecchio continente io avevo smesso da poco col latte materno; negli anni ’90 – quando qualche arrembante emittente locale iniziò a trasmettere il segnale di MTV per noi poveri che di parabole ne parlavamo solo al catechismo – ero un ragazzino che scopriva un mondo nuovo fatto di video musicali, scene da concerto, playlist visive in cui gli Iron Maiden passavano tra i martelli in marcia dei Pink Floyd e le lagne sentimentali della Pausini. Il tutto mentre nella vita reale sul giradischi di mio padre troneggiava Jannacci – “Ho visto un re” è la prima canzone che ho imparato a memoria, senza nemmeno avere l’età per capirla – e in macchina con mio zio volevo sempre sentire “quella della stanza dei bottoni” (Maudit, dei Litfiba. Poi dice l’imprinting). Insomma, se per anni ho masterizzato compilation deliranti, in cui si passava da “Urca Urca Tirulero” a “21st century schizoid man” passando per “L’amour Tojours”, lo devo in gran parte a quel canale televisivo benedetto e maledetto insieme.
Dall’anno prossimo MTV non ci sarà più. O meglio, non ci saranno più i suoi canali musicali in Europa, soffocati dall’egemonia dei telefoni con la fotocamera e dell’insofferenza a durate superiori ai 30 secondi, figuriamoci videoclip da 6 minuti. I video musicali oggi non si guardano più, tantomeno alla TV. Al massimo si guardano distrattamente su YouTube, on demand, senza correre il rischio di premere il tasto del telecomando e incappare – Dio non voglia – in una programmazione musicale che non sia un cumulo di minestre riscaldate a misura del nostro fragile bisogno di conferme. Altrimenti cosa li abbiamo educati a fare, gli algoritmi e gli assistenti vocali? Ironicamente, il video che doveva uccidere le star della radio – che invece gode di ottima salute, in barba alle previsioni – è finito vittima, per mano di TikTok, di quella stessa canzone dei Buggles con cui debuttò 44 anni fa.
Rimangono in piedi i canali del cosiddetto “intrattenimento generalista” fatto di reality e affini, certo, ma per me che non ho mai resistito oltre i 2 minuti alla visione di gente impreparata disposta ad umiliarsi a favor di camera, quelle trasmissioni non sono mai esistite: MTV è stata sempre e soltanto Music Television. Fosse stato per me non sarebbero esistiti neppure tutti quei programmi che giravano, sì, attorno alla musica, ma sempre con quell’approccio da programma giovane fatto dai giovani per i giovani, con il linguaggio dei giovani e tutto forzatamente giovane, mentre io – che in teoria avrei dovuto esaltarmi come i miei coetanei all’epoca, ma su ‘ste cose sono sempre stato un vecchio bilioso anche da adolescente – al terzo “cioè” inserito in una frase avrei voluto buttare la TV dalla finestra, e se ho guardato TRL l’ho fatto soltanto per quella benedetta donna di Giorgia Surina.
Eppure eccomi qui, con l’aria da vecchio arnese del secolo scorso, un oscuro passato da fruitore imberbe di musica catodica, un decennio abbondante di gloriosa militanza purista per pareggiare i conti, e lo sguardo disincantato di chi ha smesso di prenderla così sul serio, a trattenere una controversa lacrimuccia. Forse è la vecchiaia (la mia) o forse sono i tempi (di merda) ma ripenso a MTV come dolorosamente mi è capitato di ripensare agli anni d’auge del berlusconismo: ciò che per anni ho demonizzato – e che sono ancora convinto fosse subdola opera del diavolo – non sembra poi così male in confronto al patetismo disperato dei giorni nostri, tristemente chino alle logiche di mercato molto più di quanto 30 anni fa lo fossero le boyband ammiccanti; ché gente come i Boyzone o gli NSYNC di fianco a Olly sembrano i Pere Ubu.
O muori da relitto del ‘900, o vivi abbastanza a lungo da rimpiangere perfino MTV. Viva MTV!





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