
Gli stupidi sono stupidi, e in quanto stupidi non si può far cambiare loro idea facendo loro discorsi intelligenti, figuriamoci urlandoli loro in faccia. I tifosi sono tifosi, e in quanto tifosi non si può far cambiare loro squadra solo perché perde. I follower sono follower, e in quanto follower si dividono in due categorie: quelli che ti seguono per applaudirti e quelli che ti seguono per insultarti; nessuna delle due categorie invertirà mai il proprio comportamento, per il semplice fatto che non sono lì per leggere, ma per mescolarsi a un coro da caserma.
Tutto questo per dire che mentre scrivo si sono aperti i seggi per i referendum su lavoro e cittadinanza, e aspetto ancora di vedere, leggere, sentire una discussione in merito. Sì, lo so che avete l’impressione che non si parli d’altro da settimane, giacché sui social non c’è modo di schivare quelle grafiche tristemente anni ’90 con profondissimi slogan quali “io voto” o “boicotta i sinistri”; io però parlo di discussione in senso stretto: quell’antica arte ormai dimenticata di dibattere di un argomento preparandosi a dovere, portando motivazioni da una parte e dall’altra, senza il bisogno di buttare palle in tribuna, ricorrere a trucchetti retorici da seconda elementare, cascare nei suddetti trucchetti come dei gonzi o lanciarsi bombe carta virtuali.
Oggi si vota – e pure domani mattina, ‘sta cosa del lunedì qualcuno me la dovrà spiegare prima o poi – e la stragrande maggioranza dei possessori di tessera elettorale non sa nemmeno cosa comportano i quesiti. Non lo sanno i predicatori dell’astensione e non lo sanno i predicatori dei 5 sì; non lo sanno quelli che “votare è un dovere” e non lo sanno quelli che “astenersi è un diritto”; non lo sanno quelli che non votano per far dispetto ai comunisti (qualora ne fossero rimasti) e non lo sanno quelli che se i fascisti non vogliono che votiamo allora imbracceremo la matita e andremo sui monti; non lo sa così tanta gente che, per coerenza democratica, qualunque sarà il risultato delle urne andrebbe considerato al contrario.
In un paese che non discute, i social sono zeppi di gente che urla la propria posizione sul voto usando slogan da svendita totale: “La cittadinanza non si regala!”, “Vota per il futuro dei tuoi figli!”, “La sinistra sta coi clandestini”, “La destra sta con gli schiavisti del lavoro”, “L’opposizione cerca il colpo di stato”, “Il governo ha paura delle urne”, “A Landini puzzano i piedi”, “Meloni ha il culo al caldo” e così via fino al 70% di sconti su tutta la collezione. Il punto è che tutta questa gente, dai propri profili Twitter monotematici, è convinta di star facendo campagna referendaria. Chi per il sì, chi per il no, chi per il bagno al mare e chi per il “vado in bagno ma non ritiro il culo”, più banalizzano rifuggendo il dibattito e più si credono Pannella.
Ho una brutta notizia per voi, amici campagnanti: il vostro impegno da divano fatto di card Instagram copincollate dal vostro venditore di fumo di riferimento, di tirate pompose sul dovere morale del voto o sul sacro astensionismo dimostrativo (le stesse tirate che solo 3 anni fa erano ugualmente ridicole ma a parti invertite), di lotta senza quartiere entro l’ora dello spritz, tutta questa illusione di impegno sociale a mezzo smartphone che vi portate addosso è farlocca, è una non-campagna che ammazza il dibattito e offre il fianco alla peggiore demagogia da asilo nido, ma soprattutto è completamente inutile.
Le prese di posizione urlate rimarranno nella vostra bolla, e per quanto grande posa essere, la bolla è tendenzialmente d’accordo con voi, andrà a votare oppure no esattamente come voi. Scrivere “Andate a votare” sul vostro profilo social equivale a telefonare ai vostri numeri in rubrica per dire come vi chiamate: vi conoscono, lo sanno già. Nessuno è “all’oscuro” dei referendum come sostengono i parlamentari travestiti da Casper; nessun quesito aprirà le porte alla rivoluzione d’ottobre o all’invasione degli ultracorpi clandestini come sbraitano quegli altri; soprattutto, nessuno cambierà la propria intenzione di voto per lo stupore di scoprire che vi chiamate esattamente come vi avevano salvato in rubrica.
Comunque tranquilli, non mi riferisco a voi che leggete, lo so che voi siete informatissimi e sicurissimi e influentissimi; mi riferisco a quelli seduti nella fila dietro. Ora posate la lupara.
N.B.: Il pezzo che avete letto sfotte l'illusione di dibattere sbraitando frasi minime; non entra nel merito dei quesiti, ma è probabile che l'abbiate letto convincendovi di sapere che chi scrive stia da questa o da quella parte di una barricata immaginaria, perdendo di nuovo il punto della questione. Era un test, e statisticamente non l'avete superato.






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