
Ben ritrovati ad un nuovo appuntamento con l’unica rubrica dichiaratamente pensata per dare risposte inutili a domande che mai vi porreste; domande che tolgono spazio ad argomenti più importanti, innervosiscono senza ragione e non hanno la minima influenza sulle vostre vite. O perlomeno l’unica che lo fa senza passare per TikTok o percepire uno stipendio parlamentare.
Siamo arrivati all’episodio numero 3, e si sa che di fronte al 3 la numerologia si inchina da sempre. La natura stessa del mondo e dell’uomo sembra girare intorno al numero 3: dai tre stati della materia alla trinità cristiana, passando per le tre fiere di Dante, ma anche cose molto più profonde e importanti come i tre tocchi a pallavolo, i tre testicoli di Bartolomeo Colleoni, la busta numero trè di Mike Bongiorno, le tre salse del kebab con tutto, la trilogia di Ritorno al futuro, il terzo tempo del basket e i Trettrè. Tutto questo per dire che l’episodio numero 3 merita il dilemma dei dilemmi, e no, non mi riferisco alla possibilità che Gasparri abbia sinapsi attive; qui si fa satira, non fantascienza.
Dando per assodato la regola aurea per cui il bersaglio della satira è (o dovrebbe essere) il potere, le domande che mi faccio e vi faccio oggi sono: come si identifica il potere? Come lo si riconosce? E una volta riconosciuto, gli vanno pagati gli alimenti? I quesiti sono aperti e se qualcuno di voi illuminati pensasse di avere la risposta – comici romagnoli incarogniti a parte – sarebbe bellissimo che si palesasse e mostrasse la luce a noi poveri guitti impreparati. Nel frattempo, al solito, ho una delle mie inutili elucubrazioni da esporre.
Non so se ho davvero mai creduto che il “potere” si possa identificare con quello politico, anche se è ovvio che dovendo pensare a una cricca che influisce sulle nostre vite e con la tendenza a voler essere intoccabile, la politica è la risposta più ovvia, e non sarò certo io a smentire Sherlock Holmes a riguardo. Però, anche se fosse, di quale politica stiamo parlando? Se faccio battute sul sindaco del mio paese è satira? Più o meno satira delle battute sul presidente di regione? E se Trump è più potente della Meloni devo colpire lui e non Giorgia? Una battuta su Pertini durante la sua presidenza era satira o eversione nera? E fatta oggi sarebbe satira retroattiva o rigurgito fascista?
C’è una scala a cui riferirsi che dice che per legittimare ogni battuta sull’opposizione bisogna farne 72 sul governo, o che posso sfottere un sottosegretario solo se prima ho sfottuto il suo ministro? Posso dire che Salvini era un coglione anche prima oppure lo è diventato entrando in maggioranza? La satira su Berlusconi ha smesso di esistere 2 anni fa e siamo tutti vergognosi necrofili, o essere morti non influisce sulla detenzione del potere e allora via di nobile sarcasmo sulla salma del nano? Le battute che scrivevo sulla Meloni quando stava al 4% e non contava nulla vanno considerate vili attacchi alle minoranze o medaglia d’onore dell’antifascismo? C’è un garante della satira che dirime le questioni gerarchiche e attribuisce il timbro di satira o quello di servile sfottò reazionario? Chi lo ha nominato? E perché deve essere per forza Topo Gigio?
E poi, il potere economico dove si colloca? Il potere mediatico? Il potere religioso? Quello retorico? Le lobby? I cartelli della droga? Gli amministratori di condominio? Insomma, a me pare che quella del “potere” sia una grandissima fregnaccia buona per un’astrattissima teoria, ma quando dev’essere messa in pratica si piega inesorabilmente alla sensibilità soggettiva. Se chiedete ai novax chi sono i potenti vi risponderanno BigPharma, Soros e Bill Gates. Se oggi lo chiedete ai gay ungheresi vi risponderanno Orban. Se lo chiedete a un detenuto vi risponderà le guardie. Se lo chiedete a un bambino risponderà la maestra. Per un tifoso il potere è l’arbitro che non concede un rigore, per il viaggiatore senza biglietto è il controllore che non chiude un occhio, per un malato di Alzheimer in ricovero è quell’infermiera cattiva di cui non ricorda il nome, per mio padre in questo momento è il medico che gli ha appena fatto la colonscopia a secco e per il figlio della Franzoni… Beh, di certo non era il papà.
Non esistono una satira nobile e una satira volgare, nonostante il tizio delle frasi di Osho tenti costantemente di dimostrare il contrario. Tutt’al più esiste l’intenzione di chi la fa; quella sì, può essere servile o reazionaria, con le peggiori intenzioni e persino eversiva; ma chi sia il bersaglio di questa o quella battuta non è un argomento. A nessuno – nemmeno a quelli che tirano fuori Aristofane per far vedere che hanno fatto il classico – frega assolutamente nulla della lotta barricadera contro la tirannia a suon di argute iperboli. Nessuno crede realmente alla storia della nobile satira che ha il dovere morale di attaccare il potere difendendo i deboli. È solo il solito trucco retorico per nobilitare l’unico vero argomento: “Come ti permetti di ridere di ciò su cui io non riesco a ridere? Tu le mie insicurezze non le tocchi, capito??”.
Lo dimostra il fatto che chiunque sostenga non si possa deridere una certa categoria di persone, una certa storia politica, un certo sentimento, un difetto fisico, una persona nello specifico o qualsiasi altra cosa a qualsiasi latitudine, verrà a sostenerlo – premettendo che mica è una questione individuale, figuriamoci, è un fatto di principio – solo e soltanto per le cose che lo toccano personalmente. Non vedrete mai Pillon protestare per una vignetta su Maometto parlando di “offesa ai sentimenti religiosi”, così come non vedrete mai chi inorridisce alle battute sull’aspetto fisico della Schlein sentirsi in colpa a ridere per quelle sui ritocchini della Santanché. E questo a prescindere dalla bontà delle battute, che dovrebbero essere al centro della questione e invece nemmeno entrano nel discorso.
La missione della satira non c’entra nulla, mettete via le versioni del ginnasio. Ci sono battute buone e battutacce, “it depends on the fuckin’ joke”, diceva quello, il resto è soltanto retorica da catechismo per impedire agli altri di vedere i nostri difetti e costringerci ad accettarli. È ridicolo personalismo che si cerca di assurgere a regola universale; come le teocrazie; come il nazismo; come mio suocero che litiga col socio a briscola perché non ha calato il carico; come un daltonico col monopolio dei semafori; come quelli che qualche tempo fa applaudivano l’idea di corsie preferenziali al pronto soccorso per chi paga, facendo puntualmente esempi con cifre che si potevano permettere e mai, ma proprio mai mai, con cifre che li avrebbero costretti a restare nella sala d’attesa dei poveri.
Mentre scrivo c’è un tizio su Twitter – lo prendo ad esempio, ma è uno dei tanti – che se la prende con Luca e Paolo accusandoli di fare “intrattenimento di regime” per un pezzo su Schlein e Salis, e ovviamente lo fa tirando in ballo il dovere della satira di colpire (ricopio) “in primis il potere, e non l’opposizione”. Vorrei proseguire il discorso facendo notare che la settimana scorsa gli stessi due comici, nello stesso contesto televisivo, avevano fatto saltare i nervi a Gasparri, ma il commento è così lampante nella sua natura freudiana che basta e avanza da solo: il tizio scrive “In primis il potere, e non l’opposizione”. Così, letteralmente. “In primis” e “non”. Mica in secundis, mica “e poi anche”. No. L’opposizione no. Punto. Vietato. Niet! Nein! Inutile dire che basta una veloce ricerca tra i tweet precedenti al 2022 per scoprire che lo stesso tizio, in pieno governo giallorosso, si esibiva in sapide battute su Meloni e Salvini, che in quel momento stavano all’opposizione a leccarsi le ferite, ma chissà, forse nel 2019 le millenarie regole della satira erano diverse.
Ecco, dopo anni a scrivere battute giocando al satiro irriverente e sentendomi dare alternativamente del fascista e del trotzkista, dell’omofobo e del propagandista gender, dello jihadista e del cattolico bigotto, una volta addirittura dello juventino, credo che il “potere” che la satira colpisce e insisterà sempre a colpire – con buona pace dei censori di ogni colore – non si riconosce dal numero di parlamentari, dalla diffusione mediatica o dalle possibilità economiche; si riconosce dalla convinzione di avere il diritto a non essere toccato dallo sberleffo.
Naturalmente tutto ciò che ho scritto fin qui è solo il frutto esasperato della mia mente malata e rimane sempre valido l’invito, qualora ci fossero eventuali detentori di una verità limpida che parte da Marziale e arriva fino a Madre Teresa, a spiegarmi perché io sia un’inconsapevole ancella del MinCulPop (no, Daniele, non dico a te; continua pure a incarognirti in cameretta) o anche solo ad ampliare il dibattito o augurarmi lo scolo, insomma, non trattenetevi. Ora scusate, devo andare a dare del fascista al santone della Magliana. Al prossimo dilemma!






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