
Nell’ormai lontanissimo 2010 vidi dal vivo Corrado Guzzanti, che quell’anno girava i teatri con “Recital”, suo ottavo spettacolo comico e ancora oggi ultimo, dato che gli intellettuali producono quando c’è materiale per le idee, mentre gli altri rimestano quel che passa il convento sperando nessuno si accorga che fanno la stessa battuta dal ’92, ma non sono qui per parlare male di comici romagnoli che insegnano satira sui quotidiani populisti. Non oggi, perlomeno. Oggi sono qui per parlare di olimpiadi.
Guzzanti e il suo spettacolo, dicevamo. Nella parte conclusiva dello show entrava in scena il suo Funari in collegamento video dall’aldilà (quello vero era morto da poco) per raccontare come si sta dall’altra parte, tra fognature fatiscenti, cucina terribile e servizi appaltati a pessime gestioni. Un pezzo esilarante che non sto a raccontarvi ma che potete serenamente trovare su YouTube. Ad un certo punto dello sketch, il Guzzanti che sta in studio chiede a Funari come passino le giornate, e lui risponde “je piace tanto er circo. Ar circo ce devi annà per forza, per loro è inconcepibile che nun ce vai”.
Ci sto ripensando in questi giorni, a quel riferimento al circo, che forse era una cosa buttata lì perché fa ridere di suo o forse era un voluto riferimento a Giovenale, vallo a sapere se è più genio lui o più adoratore io. Ci ho pensato da quando sono iniziate le olimpiadi con più alto tasso di disagio, chiacchiere antisportive e pressapochismo da quelle americane del 1904 (se non sapete a cosa mi riferisco andate a recuperare questo magistrale racconto di Nicolò Zuliani: https://bagniproeliator.it/1904-2/). Ho pensato al circo, dicevo, perché “circo” è stata la parola più utilizzata e trasversale dei discorsi idioti su cui l’internet ha deciso di concentrarsi in luogo di più nobili questioni di principio quali il sovrapprezzo per il ghiaccio nel caffè o la bruttezza delle Birkenstock.
Il “circo blasfemo” invocato per le drag queen iconoclaste e il “circo bigotto” nominato in risposta; il “circo ecologista” per i letti di cartone e il “circo negazionista” per gli amici del senatore Borghi; il “circo sionista” per la non esclusione di Israele e il “circo pro-Hamas” per le bandiere della Palestina; il “circo ricchione” per una judoka che bacia la compagna dopo aver vinto l’oro e il “circo omofobo” per i servizi al TG1 che tagliano prontamente il fotogramma; il “circo misogino” per titoli cretini e battute fuori luogo, e il “circo della cancel culture” per i provvedimenti conseguenti; il “circo woke” per una pugile androgina e il “circo transfobico” per chi si lamenta che nel pugilato si prendano i cazzotti. E così via per così tanti circhi da far sospettare un clamoroso malinteso sull’acronimo CIO.
Oggi nell’aldiqua come 15 anni fa nell’aldilà funariano, è inconcepibile che tu non vada al circo, tanto più che grazie ai social ognuno può avere un tendone personalizzato ricamato a misura delle proprie inadeguatezze. Ce devi annà, altrimenti ti vengono a prendere a casa sbandierando Gramsci e urlando “Neanche Priebke andava al circo, vergogna” o in alternativa attribuendoti i crimini di Stalin, in base al colore del tendone in cui rifiuti di entrare. E guai pure a chiamarlo circo, il nostro o quello degli amici, giacché abbiamo deciso che l’accezione sia solo negativa e quindi attribuibile soltanto ai nemici, in un delirio schizofrenico in cui siamo contemporaneamente gloriosi gladiatori, spettatori divertiti e satiri velenosi.
Senonché, si sa, le opposte stupidità si toccano, e mai verbo fu più azzeccato di “toccarsi” in un’epoca di sessualizzazione esasperata nella quale ogni questione dibattuta, anche quelle più noiose come i regolamenti sportivi, sembra dover passare per organi sessuali altrui analizzati, osservati, sezionati o semplicemente ipotizzati. Un’epoca di onanismo virtuale in cui ci facciamo le seghe con le opinioni e nessuno scopa più per davvero, ma il sesso guida tutte le polemiche – da una parte e dall’altra, smettetela di sedervi dalla parte della ragione – ancor prima che queste polemiche si scatenino o semplicemente esistano.
L’ammissione olimpica borderline di Amine Khelif non riguarda ciò che ha nelle mutande ma ciò che ha nelle fibre muscolari. La vittoria di Alice Bellandi non ha niente a che fare col sesso della persona che bacia quando festeggia. Eppure Pillon e i suoi seminaristi avevano lo sguardo fisso sotto la cintura di Amine, mentre dall’altra parte si sventolavano le diagnosi del suo endocrinologo al grido “omofobi sucate!”. Eppure i patrioti tanto attenti ai successi tricolore non si complimentavano con la judoka lesbica, laddove il circo opposto ci spiegava che l’oro brilla di più se la Meloni storce il naso per i tuoi gusti sessuali. Eppure si dovrebbe parlare di sport, equità, regolamenti e celebrazioni, ma siamo troppo impegnati a farci sanguinare i calli dicendoci che abbiamo ragione, anzi, avevamo già ragione quando abbiamo scelto il preconcetto che ci guida nel giudizio di qualsiasi cosa.
Ognuna di queste polemiche – di quelle già passate, di quelle in corso e di quelle che avverranno o che avremo la fortuna di schivare – nasce molto prima di ciò che poi consideriamo pomo della discordia. La valanga di merda su Imane Khelif si è scatenata così in fretta e così massivamente perché Salvini e i suoi erano a cazzo dritto da un pezzo in attesa della scusa per sbraitare “il woke, la lobby trans, la sostituzione genitale”; le ridicole polemiche sul gender blasfemo Pillon ce le aveva già in tasca, e come lui tutti quelli che hanno guardato la cerimonia con il solo intento di gridare allo scandalo per qualcosa di puberale. Le polemiche, in questo tempo cretino, sono più prevedibili degli sketch di Massimo Boldi, e ve lo posso dimostrare con una polemica che fortunatamente schiveremo.
Da quest’anno alle olimpiadi di nuoto sincronizzato possono partecipare anche gli uomini. Essendo però gli uomini che praticano questa disciplina nel mondo meno degli elettori di Italia Viva nei quartieri spagnoli, non è stato possibile inserire una gara maschile. Così, in nome dell’inclusività si è optato per la disciplina mista: ogni squadra poteva convocare un massimo di 2 uomini. E sapete quanti sono gli uomini convocati grazie a questa nuova norma? Zero. Neanche uno. In nessuna squadra. Nisba. Ho provato a immaginare la stessa cosa a sessi invertiti e mi è apparso lo spirito di Michela Murgia che mi inseguiva con un machete urlando “patriarcatociseterodominante”.
A sbilanciamento opposto, fortunatamente, questa polemica non ci sarà. E non ci sarà per un semplice motivo: a nessuno dei due circhi interessa realmente la questione – che comunque non esiste: aperta una strada, il tempo e i talenti faranno il resto; è così che funziona l’inclusività, mica a martellate e shitstorm coi cancelletti – e nessuno dei due circhi è intenzionato ad uscire dal proprio seminato. Nessun collettivo inclusivista vuol mostrare di sostenere uomini che “tolgono posti” alle donne (alla faccia della fluidità e di tutto il resto), e nessun circolo conservatore vuol mostrarsi interessato a quello “sport da froci e fighette” che è il nuoto sincronizzato. Nessuno, in sostanza, vuole sacrificare il proprio orgasmo autoprodotto per un principio. E tanti saluti alle vostre buone intenzioni.
Mentre finisco di scrivere, Imane Khelif ha sconfitto la sua successiva avversaria – ai punti, per dire quanto fosse scandalosa la sproporzione fisica – e i circhi si dividono in chi esulta scoprendosi improvvisamente tifoso di una nazione che non sa indicare sul planisfero e chi continua incessantemente a urlare “è un uomo, vergogna, brava Angela, sei fuggita come fanno i guerrieri”. Mentre finisco di scrivere, il consiglio dei ministri si riunisce mettendo i cromosomi di un’atleta all’ordine del giorno di un paese in cui mancano l’acqua alle isole e i treni alle stazioni, e gli imbecilli che li hanno votati applaudono con le mani appiccicose. Mentre finisco di scrivere, il femminismo anti-stererotipi si spertica in ricerche fotografiche delle atlete più mascoline della storia, ché dei risultati sportivi che ci frega, guardate i baffi. Mentre finisco di scrivere si erigono nuovi tendoni, sempre più chiusi, sempre più su misura, sempre più esclusivi. Mentre finisco di scrivere lo sport viene sepolto, polemica dopo polemica, sotto quintali di pregiudizi buoni per l’autoerotismo e per il mercato dei Kleenex.
Populus duas tantum res anxius optat: panem et pugnettes.






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