Barzellette tristi e dove trovarle

Censori spilorci, palloni cuciti a mano e l’istante in cui siamo diventati tutti cretini

C’è una vecchia barzelletta che chiunque faccia il mio lavoro conosce o ha sentito raccontare, con migliaia di variazioni, ma la storia è sempre la stessa e fa più o meno così: un tecnico viene chiamato per riparare un PC malfunzionante; arrivato sul posto dà un’occhiata alla situazione, poi prende un cacciavite e va con sicurezza verso il pannello posteriore del PC, stringe una vite e tutto ricomincia a funzionare alla perfezione; il cliente ringrazia e il tecnico se ne va. Il giorno dopo arriva una mail con una fattura da 1000 euro; il cliente, stupito, risponde alla mail chiedendo spiegazioni: “Ero lì quando hai fatto l’intervento e ho visto che hai soltanto stretto una vite, mi puoi mandare una fattura più dettagliata?”. Il giorno successivo arriva la risposta del tecnico che recita: “Avvitare la vite: 1€ – Sapere quale vite avvitare: 999€”.

Questa storiella mi è tornata in mente qualche giorno fa, mentre montava la polemica per il monologo sul 25 aprile di Antonio Scurati annullato improvvisamente dalla Rai, e giustificato poi con scuse talmente arrabattate da far quasi tenerezza.

Ora, io vorrei tanto scagliarmi contro la censura del libero pensiero e decantare i nobili principi della costituzione antifascista, ma a considerare reale dibattito quello riguardo a Scurati, tra chi invoca la resistenza sui monti pure mentre gioca a Candy Crush e chi cavalca nostalgie cretine strizzando l’occhio a curve calcistiche poco scolarizzate, vi devo dire la verità, proprio non ci riesco. Non ci riesco per una questione di alfabetismo minimo e forse per ragioni antroposofiche, ma soprattutto perché da nessuno di questi battibecchi è mai emerso – né mai emergerà – nulla che Guareschi non avesse già raccontato in modo egregio e molto più umoristico 80 anni fa. Non vedo perché fare tutto ‘sto chiasso invece di rileggere le storie di Don Camillo e Peppone.

Tenete pure la lupara abbassata e la costituzione sullo scaffale: è palese a chiunque non sia caduto da una rupe da piccolo che si parla di un tentativo di censura, per quanto fantozziano, e che tale dovrebbe essere considerato se l’encefalogramma dell’opposizione non fosse piatto da quel giorno del giugno dell’84. È anche palese, però, che se il pericoloso fascismo a cui bisogna resistere col coltello tra i denti è questo qua – fatto di tiranniche TV incapaci di far sparire una nota interna prima che finisca nelle redazioni avverse, giornali di regime ridotti a fare la punta al cazzo dei centesimi e taccagnare su cifre che Salvini spende in salsicce in 3 giorni, ministri talmente infoiati da non concordare una versione unica come perfino il Pacciani e il Vanni hanno saputo fare, e una presidente del consiglio a cui è incredibile che l’Academy non abbia ancora consegnato l’oscar per il miglior piagnisteo non originale – non serve il sacrificio dei fratelli Cervi per tenerlo a bada, basta un ausiliare del traffico abbonato alla Settimana Enigmistica.

E allora perché sono qui a parlare della sinistra di Twitter – o come diavolo si chiama ora – che plaude il coraggio di Serena Bortone-Guevara e dell’ennesima dimostrazione di totale dilettantismo di gente che sta al controllo da regime fascista come io sto alle prestazioni sessuali di Rocco Siffredi? La risposta è, appunto, nella storiella di cui sopra; storiella che spiegherebbe la differenza tra chi conosce il mestiere e chi lo vede soltanto eseguire, se solo chi la ascolta non si concentrasse unicamente sui mille euro, ed è esattamente quel che accadrà (sta già accadendo) pure con lo ScuratiGate.

Mi spiace pisciarvi nell’acquasantiera ma, malgrado i pomposi discorsi e le citazioni di Pertini, la triste realtà è che del monologo di Scurati, della Bortone barricadera e di tutta questa faccenda – come per l’intervento del tecnico nella barzelletta – l’unico elemento che rimarrà nella memoria collettiva è la cifra scritta sulla fattura. Passata l’eccitazione delle tifoserie, resteranno soltanto i discorsi sulla legittimità o meno di quei 1800 euro, anzi 1500, anzi 2000, anzi un fantastilione di dollari più il deposito di Zio Paperone. E non importa nemmeno che il compenso della discordia ci sia veramente oppure no, come l’attico newyorkese di Saviano che senza nemmeno esistere tiene ancora banco nei bisticci tra gli idioti e chi dà loro corda.

È lampante che il blando monologo dello scrittore sia saltato a causa del suo contenuto inviso al circolo del Bridge della Meloni, e un giorno la scuola dell’obbligo dovrà rispondere di una classe dirigente spaventata da un compitino di educazione civica a dimensione di intrattenimento preserale delle massaie, ma non è questo il giorno e – purtroppo – non è questo il punto. Eppure dovrebbe. Dovrebbero essere la palese ovvietà delle cose scritte da Scurati e la scomposta reazione di governo e dirigenza Rai a tenere banco, non la puerile scusa dei soldi buttata lì da aspiranti fascisti che pur di non dirsi tali preferiscono passare da taccagni. E invece. Invece al primo accenno di “vergogna, lo stipendio mensile di un operaio per un minuto di lavoro” è partito il circo di quelli che scrivono gli aforismi di Mark Twain sulla Smemo ma poi cascano in un trucco retorico vecchio come la nostra atavica spilorceria.

A forza di dipendere dalle reazioni social abbiamo finito per non distinguere più un argomento degno di replica da una cazzata, i validi interlocutori a cui rispondere dai pagliacci da ignorare, la nostra dignità dal valore di mercato dei nostri follower. Come nel più proverbiale trascinamento nel trivio di Twainiana memoria, è bastato che la bassa manovalanza dei Belpietro e dei Porro sventolasse una cifra in euro, ridicola pure per una TV provinciale di quart’ordine, perché il francescano inorridimento verso i soldi che ci portiamo insensatamente appresso trasformasse gli strenui e ideologici oppositori della censura in bambini dell’asilo che frignano che e allora Pino Insegno, i 6 milioni per il programma della De Girolamo, quanto ci costa Osho su RaiPlay, un minuto di Scurati vale 30 ore di Liorni e altre mirabolanti inutilità.

Mentre scrivo queste righe ci sono deputati della repubblica che dovrebbero fare opposizione e che invece fanno a gara per il tweet più scemo, tra quelli che organizzano le collette al grido di “il monologo ce lo paghiamo noi”, quelli che tirano in ballo ancora le olgettine e quelli che calcolano quanti monologhi di Scurati si pagherebbero col CUD di Brunetta. Li osservo e penso a quei discorsi sui palloni cuciti dai bambini poveri in Vietnam che a un certo punto si spostano inesorabilmente su “e li pagano 2 euro al giorno”, come se la questione fosse la paga oraria e non il lavoro minorile. Li sento starnazzare slogan a reti unificate e penso che la vera erede del Duce è la De Filippi, altro che la Meloni. Li leggo e penso a quanto male stia messa la cultura se chi dovrebbe difenderla passa il tempo a mettere a confronto i redditi degli intellettuali con quelli delle soubrette; a quale sia il limite del ridicolo; a quanto, più che da un fascismo di ritorno improvvisato, il 25 aprile vorrei ci liberasse dalle nostre cazzate.

Li guardo, questi esemplari di rappresentativa italianità che fingono questioni di principio per racimolare una manciata di like sui social, trattando la cultura come carne da macello dei propri interessi a breve termine, e mi domando se ci sia stato un momento di rottura, un attimo, un istante in cui abbiamo deciso di diventare tutti cretini. Forse è stato con la caduta del muro. Forse quando Craxi è andato in Cina e Grillo ha detto quella cosa là. Forse quella volta che ho recitato un mal di pancia per non andare a scuola e mia madre ha finto di crederci. Forse quando Baggio ha appeso le scarpe al chiodo. Forse quando sono finiti i soldi.

Forse quando siamo arrivati su Marte. Forse quando abbiamo smesso di capire le barzellette.


Lascia un commento

ALTRI ARTICOLI RANDOM