La rava e il Favino

La morte del contesto e gli indignati senza fascio

Il contesto è morto. Ne danno il triste annuncio la cinematografia, l’arte in generale, i comici che gli hanno voluto bene, le iperboli che non sanno più da dove partire e i poveri disgraziati come il sottoscritto, che ancora tentano disperatamente di riportarlo in vita mangiandosi quintali di fegato nel discutere con gente che è già passata oltre, mentre io sto ancora qui a dire che no, non hai capito, pensaci un attimo, non partire subito all’attacco, smettila di fare il Rambo. Macché.

Non sono mai stato un grande amante delle premiazioni artistiche. Cose come la notte degli oscar o il festival di Cannes mi sono sempre sembrate l’equivalente cinematografico della messa di Natale: una celebrazione che capita una volta l’anno a cui si finge di dare importanza e in cui ci si scambiano vicendevoli frasi di circostanza. Attori e registi si scambiano complimenti e apprezzamenti come il segno della pace tra i banchi della chiesa, gli invitati indossano il meglio che hanno nell’armadio pensando ai punti luce come faceva mia nonna con gli strass, e i non invitati – i social sono i posti in piedi del mondo reale – deducono conclusioni a caso dai resoconti imbellettati di film che non hanno visto, come fanno i fedeli col prete che traduce loro un vangelo che una volta a casa non leggeranno.

Tutto questo per dire che la Mostra del cinema di Venezia è un argomento che mi interessa pochissimo, e infatti voglio parlare di Favino. No, non del Favino attore che ha interpretato due dei film presentati alla mostra, per chi mi avete preso? Di quello ve ne parlerà già chiunque abbia ricevuto i comunicati stampa e preparato i pezzi al bar il giorno prima che si spegnessero le luci in sala come Lindsay Duncan in Birdman, ma non sono qui per dire che il re è nudo, di quello ce ne occupiamo un altra volta. Oggi parliamo del Favino arruffapopoli che negli scorsi giorni ha dato agli utenti dell’internet l’ennesima occasione per sparare divertiti sul cadavere già da tempo crivellato del contesto.

Favino ha ripetuto qualcosa che dice già da tempo e aveva dichiarato già in altri festival senza finire sui giornali, e cioè: se il cinema con le sue nuove regole ha deciso che un cubano non può interpretare un messicano, un non ebreo non può interpretare un ebreo e un normodotato non può interpretare Gasparri, non vedo perché i personaggi italiani debbano essere interpretati da attori americani.

Riassunto: Se le regole sono queste si applicano a tutti, chi siamo noi, i figli della serva?

Riassunto titolato dai giornali: Favino attacca gli attori americani.

Riassunto percepito dai social n. 1: Favino pensa di essere meglio di Adam Driver o De Niro.

Riassunto percepito dai social, n. 2: Favino vuole l’autarchia.

Riassunto percepito dai social, n. 3: Favino ha interpretato D’Artagnan e adesso fa la morale agli altri.

Ci sarebbero una miriade di altri riassunti percepiti dai social degni di pernacchia, e sono sicuro che in qualche anfratto di Twitter circolano voci sull’iscrizione di Favino alla massoneria o a qualche misterioso ordine segreto che in qualche modo fa capo a Bill Gates, ma non voglio avventurarmi troppo nella tana del bianconiglio perché ho il brasato sul fuoco. Il punto è che in tutte queste deliranti teorie c’è un solo, unico, grande assente: il contesto.

Il contesto è che le nuove regole del cinema inclusivo sono queste, e mica le ha decise lui; queste regole le hanno messe quelli che oggi sono impegnatissimi a produrre meme di Favino e a criticare una cosa di cui sono gli artefici; gli stessi che hanno trascinato la Disney nel vortice dei prodotti da discount; gli stessi che con una mano difendono tutti i suscettibili del mondo e con l’altra sfottono Gassman – nominato da Favino come ipotetico interprete di Enzo Ferrari – che evidentemente fa parte della categoria degli offendibili.

Trenta, cinquanta o cento anni fa, in un contesto in cui il cinema si occupava di cinema e il pubblico si occupava di fare il pubblico, a Favino non sarebbe nemmeno passato per la testa un ragionamento del genere. Il suo ragionamento è la diretta conseguenza delle scelte dell’industria cinematografica degli ultimi anni, da quando qualcuno ha deciso che essere bravi attori conta meno del far parte di una minoranza, somigliare naturalmente al personaggio o avere davvero le stesse malattie invalidanti.

È la semplice attuazione di un contesto e della sua logica, e non c’è nulla più divertente del vedere le finte battaglie soccombere alla logica elementare, perché Favino – che evidentemente ha frequentato una scuola dell’obbligo ormai dimenticata – dice chiaramente che “SE un cubano non può fare il messicano ALLORA un americano non può fare l’italiano”. In terza elementare, se non sei impegnato a combattere il patriarcato con gli hashtag o fare da social media manager a qualche senatore, impari che con un periodo ipotetico ineccepibile i casi sono due: o Favino ha ragione e allora la polemica non ha senso, o ha torto e allora tutto l’impianto dell’inclusività fuffettaria è sbagliato. That’s it.

In tutto ciò è oltremodo divertente vedere che i detrattori di Favino che hanno voce nel club dei giusti non gli abbiano ancora dato del fascista. Li immagino mentre erano già pronti a distribuire patenti di fascio come neppure Selvaggia Lucarelli coi comici intelligenti, ma poi all’improvviso si sono accorti che il Favino brutto cattivo e nazionalista di oggi è lo stesso Favino che il giorno prima aveva detto la frase “italianità è anche salvare uomini in mare” che loro stessi avevano prontamente usato per attaccare la Meloni e il suo circolo del bridge. E adesso che si fa? Come facciamo a dargli del fascio senza dirlo? Avesse almeno cambiato cognome nel frattempo, ‘sto stronzo, ché così ci cambiava l’hashtag e il gioco era fatto. Vabbè, diciamo che è autarchico, tanto chi se ne accorge della differenza? È una parola altisonante, ricorda D’Annunzio, vai. Usiamola.

Però devo ammettere che i miei preferiti sono senza dubbio i saperlalunghisti, quelli che scrivono “Comunque a me Favino non piaceva neanche prima”, e lo dicono convinti, con l’atteggiamento di quelli che quando hai appena cominciato un libro giallo ti dicono che l’assassino è il maggiordomo, lo dicono come se fosse qualcosa di cui vantarsi. Io li adoro, perché sono la sintesi delle polemiche social: un sacco di gente seduta sulla riva del fiume che aspetta di vedere uno che gli sta antipatico passare con l’etichetta di “cattivo del giorno”; e se è questo che si cerca, con tutto ‘sto traffico di cattivi e cattivissimi che ingorga i trend mica ci si può fermare a pensare, a capire, a contestualizzare.

Morte al cattivo del giorno e passiamo al prossimo, non abbiamo tempo da perdere, tutte queste rave e queste fave non si pelano da sole.

Ora scusate, vado a dare un’occhiata al brasato, quella fassona ha un accento strano e inizio a sospettare che sia un black angus hollywoodiano.


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